“Eh no, caro! Non se ne parla proprio! Ma ti rendi conto?”
“Beh, ma…”
“Cosa, 'ma', cosa! Le mie otto ore le ho già fatte!”
“Sette…
“Ok, le avrò fatte fra un’ora. E stop! E non mi fermo a pulire la cella frigorifera!”
“Ma, senti, Aprilia…”
“E poi, perché stasera? Non potevi dirmelo prima? E perché non domani?”
“Beh, domattina arriva il camion con le triglie…”
“Di cui non mi frega un emerito ca…”
“Ssst! I clienti…”
“Di cui non mi fr…”
“Ma Fiorenza ci sarà!”
"Aah! Ecco! Zi badrone! Fiorenza non perde occasione di farsi trattare da schiava!”
“Beh, ma in questo caso…”
“E guardami quando ci parliamo! Tira su la testa!”
“Ti dico: è un caso speciale, un’emergenza.”
“Ma va? … Comunque stasera non posso.”
“Non puoi?”
“C’è una riunione al circolo.”
“Oh…”
“Viene il segretario regionale.”
“Oh…”
“Sì, Osvaldo, e dunque? Tanto so come la pensi.”
“No, è che, tanto…”
“Tutte chiacchiere inutili, vero? Brutto fascista di m… Mmmm! Non farmelo dire!”
“Ma no, dai, Aprilia. Ti fermi mezz’oretta, fin giusto alle sei. Fate presto, è un lavoretto che sbrigate in quattro e quattr'otto. Intanto lo sappiamo che al partito, prima che arrivino tutti, chissà che ora viene…”
“Testone! Ma me la paghi, prima o poi.”
“Senti, quello che fai ora, lo recuperi un altro giorno, va bene?”
“M’inchino a Sua Generosità! Dai, tira giù la carta dallo scaffale, che qui è finita e io non ci arrivo.”
“Ecco. Guarda: servi la signora che io vado un momento a telefonare.”
“Sì, sì, vai, vai… Signora cara! Ha visto che belle acciughe?”
Placido è fermo sulla soglia, con le mani arrampicate sugli stipiti.
“Hai messo la maglietta delle grandi occasioni?“ Dice Vito, senza alzare gli occhi dal violoncello accomodato fra le gambe.
“Che fai? Pigli per il culo?” Risponde il fratello con una punta di stizza. Guarda giù: fondo verde oliva, una stella rossa e la grinta del Che. La sua t-shirt preferita: lì dentro si sente un leone, gli sembra quasi che gli trasmetta la forza di crederci ancora, come una scossa presa per sbaglio da un filo scoperto.
“Ma no, dài, scherzavo.” Fa una svisa, poi stacca l'archetto, l'appoggia alla spalla e solleva la testa. “Però ti fa la panza.”
D'istinto Placido abbassa una mano, si massaggia lo stomaco, stringe fra pollice e indice il rotolino che scavalca la cintura. “Prima o poi mi metto a dieta, sul serio. Ma non stasera.”
Vito si alza, sistema lo strumento nella custodia. Coda di cavallo di fili grigi ribelli, camicia fuori dai pantaloni, scarpe da ginnastica. "Non vieni al club, immagino".
“E tu non vai alle prove d'orchestra.” Placido fa un cenno col mento. “A teatro non fanno entrare gli zingari.”
“Senti chi parla.” Vito scrolla le spalle. “Ma di' un po', non ti sei ancora rotto i coglioni delle balle che ti raccontano giù al circolo?”
“E come no, ma sento che se mollo anche lì...”
Vito poggia una mano sulla spalla di Placido.
“Cosa? Che succede, se molli?”
Si guardano in silenzio per qualche istante.
“Non lo so, Vito, sento che sarebbe come se si rompesse qualcosa.” Tamburella la tempia con il dito indice. “Qui dentro, capisci?” Poi si batte una mano sul petto, proprio sulla fronte del Comandante. “E qui.”
Vito abbozza, fa un sorrisetto. “Senti, dopo che hai pianificato la rivoluzione, fai un salto giù al club, io tiro tardi. Ci sono Saverio e Nino, sai come sono fatti, suonano fino a quando non cadono per terra.”
“E tu no?”
“Quando ero più giovane, adesso mi viene sete presto.”
“Birretta?”
“Birretta.”
Vito si avvicina. La finta del pugno nello stomaco coglie Placido di sorpresa: rincula con goffaggine, inciampa nelle ciabatte, si riprende a malapena.
“Cazzo, a momenti davo una culata per terra.”
L'altro ride. “Come guerrigliero fai cagare. Hai i riflessi di un pensionato.”
“Meno male che ci sei tu, l'artista di famiglia, gusto sopraffino e maniere da signore.”
Si abbracciano, poi Vito raccoglie la custodia, calca in testa il cuculo rosso e butta a tracolla la sacca con portafoglio, tabacco e cellulare.
“Scappo, altrimenti chi li sente, quei due. Mi raccomando...”
“Mi raccomando cosa?”
“Non fartela raccontare.”
Placido alza le spalle.
“Ti aspetto al club.”
“Prima che cominci la riunione mi devi dire la verità!”
L’assalto di Aprilia prende alla sprovvista Placido, appena entrato nella sala riunioni, e lo preoccupa non poco. Verità su cosa? Che ha fatto, detto, non fatto, non detto? Annaspa, apre la bocca senza emettere suono, rotea gli occhi e cerca di pensare il più velocemente possibile a una via d’uscita, ma non sa da cosa. Balbetta:
“Certo!”
“Allora: trovi che io sia ingrassata?”
Lo sbruffo d’ilarità di Placido non piace alla ragazza, per di più colpita da goccioline di saliva prodotte dalla risata scomposta di lui, mal trattenuta. Non riesce, l’uomo, a recuperare, a scusarsi in tempo: mentre farfuglia qualcosa, vede il naso di lei gonfiarsi come il piumaggio degli uccelli in calore e le ciglia aggrottarsi, segni ben noti di una sfuriata in arrivo.
“Stronzo!”
Si gira di scatto e gli dà le spalle, un po’ china in avanti: sembra quasi a Placido che voglia mostrargli il culo. Si allontana a grandi passi e va a sedersi nella parte opposta della sala, in un posto libero fra Teresa e Vittoria, come a dire: “Non osare venirmi vicino”.
Rassegnato, Placido si accomoda più indietro, fra quelli che scelgono la sedia in modo strategico, per potersi alzare a un certo punto, fissando l’orologio con fare dispiaciuto, e sgattaiolare fuori a testa bassa, come chi ha gravissime ragioni per lasciare l’assemblea.
Nella stessa fila c’è Emilio, che si gira verso di lui con un sorriso in cui brilla un dente d’oro. Placido non se n’era accorto: vede con dispetto il compagno scivolare di sedia in sedia verso di lui, affiancarlo e, come sempre, cominciare a fargli domande, complicate e assurde, alle quali, per fortuna, non aspetta risposta: si risponde da solo, con brevi ma accalorati comizi.
E a un certo punto, applausi: i relatori prendono posto. Già da tempo erano in sala, ma, nonostante fosse ampiamente superato l’orario fissato per l’inizio della riunione, erano impegnati in imprescindibili e improrogabili colloqui, tra loro e con qualcuno degli astanti. Poi qualcosa succede (nessuno saprà mai cosa fa por termine alle discussioni private per passare a quella pubblica) e si passa alla fase della prova microfono; che come sempre gracchia e dunque, dopo aver spaccato i timpani a tutti, viene spento, “intanto mi sentite lo stesso”.
Placido si concentra, subito affascinato dall’eloquio del Segretario, che peraltro ben conosce. Però, dopo qualche minuto, si scopre a pensare: “Di cosa sta parlando?” Il fatto è che non riesce a seguirlo, suo malgrado si distrae, si sente ronzare in testa parole che non attecchiscono, non riesce a trattenerle.
Si sforza, si dimena, inspira profondamente per dare ossigeno al cervello. Ma non afferra che qualche frase.
“… e perché non parliamo più di masse? … la massa richiede nuovamente, oggi, la nostra precipua attenzione …”
Già, la massa. Questa massa informe di adipe che si è subdolamente stratificata attorno ai muscoli dell’addome. Come ha fatto? Da dove viene? “Quanto zucchero? Due, grazie!” Com’è sempre stato sciocco! Cos’è mai l’amarezza del caffè, di fronte a quella che t’infligge il tuo stesso fratello quando ti fa notare che la maglietta ti tira.
Anche Aprilia si preoccupa del proprio aspetto. Lei! Che ha una linea perfetta, un corpo dietro a cui Placido sbava…
Che sia un messaggio? Che, chiedendogli un giudizio sulla propria pancia, la ragazza abbia voluto richiamare l’attenzione su quella di lui? Un modo gentile per dirgli: “Attento! Ti stai imbruttendo, non te ne accorgi?”
“… dobbiamo dar corpo ai desideri legittimi di chi aspira a un organismo sociale equilibrato… sbarazzarci dalle sovrastrutture che ci appesantiscono…”
E Placido pensa: “Ma che volete tutti? Possibile che non si possa starsene in pace col proprio corpo, quale esso sia?”