Prima di entrare al club Placido si ferma dalla porta per controllare le chiamate sul cellulare. Non che gli importi in particolare, spera solo che Aprilia abbia deciso di accettare l'invito per un bicchiere e un po' di musica, giusto per sciacquare via il gusto delle parole del Segretario. E sì che tutto sommato il tipo gli è simpatico, quasi gli piace: affabile, baffuto, sempre vestito da figo. Come compagno è una merda, ma fa la sua figura negli ambienti giusti. Placido sospira, si sente scivolare in una spirale di depressione e di autocompatimento di cui l'invidia... sì, l'invidia nei confronti di quel finto è l'apice. Qualcuno lo urta da dietro.
“Ti sembra il posto giusto per fermarti, coglione?” Commenta l'uomo della coppia tra i denti. Squadra Placido come se fosse un lebbroso, poi getta la sigaretta a terra, espelle l'ultima boccata ed entra nel club. Lei lo segue a ruota: truccatissima, sguardo da oca, camminata pure da oca. Ma vai a cagare, pensa Placido di rimando. Da ragazzino gli sarebbe saltato addosso, avrebbe attaccato briga, non si sarebbe lasciato sfuggire l'occasione di menarsi con un fascio. Adesso è stanco, ha sete e ha ben chiaro che l'idra ha troppe teste per le sue mani. Telefono muto. “Merda.” Dice tra sé. Inciampa sul gradino dell'ingresso, il cellulare da quattro soldi gli sfugge di mano, descrive una breve parabola e colpisce il pavimento di spigolo. “Merda, merda, merda!” A voce alta.
“Placido! Che fai?” Vito lo guarda, una mano in tasca e l'altra stretta al collo di una birra. Artigianale. Per lui è una questione di principio.
Il fratello si accorge che da dietro la tenda giù in fondo non arriva neanche una nota. Niente jazz, blues, zero.
“Cazzo, era quasi nuovo!” Placido gli mostra l'oggetto: display incrinato, messaggi illeggibili. Anche, anzi, soprattutto quello di Aprilia, arrivato esattamente mentre i passi di lui si ingarbugliavano contro l'ardesia della soglia.
“To', bevici su”, Vito gli passa la bottiglietta “è solo uno stramaledetto telefonino.” Che lui, infatti, non ha. O meglio, si è tenuto lontano dallo smartphone e gira con un aggeggio preistorico. “Devo solo chiamare, e tutt'al più ricevere, del resto non me ne frega niente.” È la sua risposta standard a ogni domanda al riguardo. Tuo fratello è scemo, aveva sentenziato Aprilia un giorno.
“Beh, non suonate? O smettete solo quando arrivo io?” Brontola Placido nel vedere spuntare alle spalle di Vito anche i suoi due compagni, Saverio e Nino, chitarra e batteria. Nino ha un modo di guardare Vito che Placido trova quasi di sfida. Avranno litigato. Di nuovo. Guarda il fratello dritto negli occhi. O forse no, pensa, non mi pare incazzato.
“Anche noi facciamo una pausa, ogni tanto.” Vito risponde alla sua domanda scema. “Come è andata all'asilo della rivoluzione?”
Saverio ride di quel suo riso che sembra il raglio di un asino. Placido vorrebbe dirgli che come chitarrista fa cagare e che non è degno di suonare con suo fratello. “Le solite cose.”
“Allora siamo senza speranze, se anche i compagni sono a corto di idee.” Insiste Vito.
“Se la smettessi con queste battute del cazzo...” Placido lo prende sotto braccio e lo trascina al bar. Ordina altre due birre.
“Aprilia?” Chiede il musicista.
“Non so se verrà, era in cocca con il segretario.” Mentre dice queste parole, Placido si rende conto che gli provocano una specie di malessere, un crampo al centro del petto.
Il barista sbatte sul banco due analcoliche.
“Che è 'sta roba? Dammene due di quelle di prima.” Dice Vito.
“Finite. Quelle sono le più artigianali che ho.”
I due fratelli sbuffano. Placido prende la bottiglia e si gira, appoggiandosi al banco con i gomiti. Una parte del pubblico è uscita a fumare. Saverio e Nino chiacchierano un po' qui, un po' là. Saverio bacia sulle guance una ragazza. Sembrano conoscersi. Bene. Nino insiste a fissare Vito. E pure Vito non molla gli occhi del compagno.
Placido osserva un muscolo contrarsi sul collo del fratello, poi torna alla sua analcolica.
“Stasera che suonate?”
“Swing.”
Placido pensa che Vito gli abbia detto la prima stronzata che gli passava per la testa.

Uno dopo l’altro, con usuale lentezza i tre musicisti salgono sulla pedana che funge da palco e armeggiano con gli strumenti, li rigirano tra le mani come se fosse la prima volta che li vedono. Metà del pubblico ostenta indifferenza, gli altri si piazzano sui sedili più vicini in trepidante attesa. Placido prende posto di lato, in modo da tener d’occhio l’ingresso: non ha perso la speranza di veder comparire Aprilia.
Finalmente Nino e Saverio si accostano a Vito per mettersi d’accordo sul primo pezzo. Non si sente quello che dicono, ma Vito scuote ripetutamente la testa e s’impone. “One-two-three-four”. Attaccano. Cool, che più cool non si può. Le note lunghe e basse prendono Placido allo stomaco e glielo strizzano.
Dalla porta sul fondo qualcuno entra e qualcuno esce anche durante l’esecuzione. A ogni ingresso Placido sussulta: ma no, anche questa volta non è lei. Con un sospiro si volta verso il palco per distrarsi. Nino e Vito ancora si lanciano sguardi da battaglia; il batterista ogni tanto spezza il ritmo, interrompe gli assolo di violoncello con slanci poco consoni allo stile dei pezzi eseguiti. Vito alla lunga si spazientisce, improvvisa una sequenza di note che conducono al finale.
Saverio prende in pugno la situazione:
“Ora facciamo uno standard, arrangiato da me apposta per il nostro trio. Il titolo non ve lo dico: lo riconoscerete”.
Attacca; gli altri si inseriscono nel ritmo al momento dovuto. Placido ha già sentito il pezzo decine di volte; si estranea, va a prendersi un’acqua tonica al banco bar.
Il brano finisce, e proprio sugli applausi Placido la vede entrare: Aprilia, sorridente, sottobraccio al segretario che, impettito e col baffo svettante, sembra voler dire a tutti: “Eccomi, sono arrivato, ora potete rilassarvi”.
La ragazza non guarda verso l’angolo in cui Placido è acquattato. Lui, chissà perché, si sente in imbarazzo per via del bicchiere che ha in mano. Segue con gli occhi i due sfilare lungo il corridoio tra le sedie, constatare che non ci sono due posti liberi contigui, sistemarsi su una delle panche lungo il muro. Sente il proprio respiro farsi affannoso.
Durante il breve intervallo fra un pezzo e l’altro Aprilia e il suo cicisbeo parlottano fitto fitto. Placido li osserva con occhi infuocati; cerca di capire cosa dicano. Soprattutto è lui a concionare e, sì, sembra quasi che abbia detto… L’ha detto? L’ha detto davvero? “…l’arte popolare…”
Placido ingolla quel che resta della bevanda, ma gli trema la mano e si bagna la camicia. Gli scappa un “Merda!” più forte del dovuto. Forse l’esclamazione raggiunge Aprilia, perché in quel momento si gira verso di lui e lo vede. Si fissano per qualche istante, poi lei si scusa col suo accompagnatore, si alza e raggiunge Placido. Gli sorride e gli dice:
“Senti… Mi dispiace per quello che ti ho scritto poco fa…”
“Non l’ho letto: mi si è rotto il telefono.”
“Grazie… Sei gentile. – Gli posa per un attimo la mano sul braccio. – Ci vediamo.”
Torna da dove è venuta.
Lui non regge più. Esce, respira, alza gli occhi al pezzetto di cielo inquadrato dai palazzi dei vicoli, come a cercare stelle ovviamente invisibili tra i bagliori della città. È incazzato, compiaciuto, furibondo, ilare, depresso, eccitato… “Chissà cosa mi ha scritto, quella zoccola!” pensa. E poi: “È mai possibile che alla mia età io mi debba sentire come un ragazzino infoiato? Maledizione al giorno in cui l’ho incontrata!”

Tant'è, quel messaggio di Aprilia... Quando arriva a casa Placido posa il cellulare sul tavolo, con due dita, come una reliquia, poi accende la luce sopra la scrivania e zampetta fino allo sgabuzzino cercando di non fare troppo rumore. Vito è andato via dal club prima di lui, con gli amici, e di sicuro è già rientrato. Il giorno dopo, gli ha detto tra una birra e l'altra, ha in programma altre prove con l'orchestra a teatro: adesso starà dormendo. Placido si fa coraggio, apre le ante del ripostiglio come se nascondessero l'arca dell'alleanza: i ripiani traboccano di scorte alimentari e ciarpame che concorrono a generare il caos assoluto. Si sforza di ricordare, ma non riesce proprio a farsi tornare in mente dove ha messo la borsa degli attrezzi. Fruga a tentoni, con attenzione. Gli sembra di riconoscere al tatto la plastica liscia e prova a tirare, ma gli cadono in testa tre pacchi di pasta, diversi cartoni semivuoti e la cesta delle mollette. Impreca mentre scivola su quelle più piccole. Per non rovinare a terra si aggrappa al montante della scaffalatura, che traballa e si scrolla di dosso scatolame, detersivo per la lavastoviglie e lo shampoo di Vito, quello dall'odore nauseabondo di cetriolo e vetiver.
“Si può sapere che cazzo stai facendo? Sono le tre del mattino...”
Placido impreca tra i denti contro il destino avverso, si gira e guarda da sotto in su il corpo asciutto del fratello che, con un occhio chiuso e uno aperto e i capelli da pazzo, lo squadra con le mani sui fianchi.
“Ah, scusa...” Sussurra, imbarazzato e dispiaciuto. “Cerco gli attrezzi.”
“Gli attrezzi? Ora? E a che ti servono?” Vito si passa le mani sul viso stropicciato. “Lascia stare qua, li ho presi io, sono di là in camera. Volevo fare un lavoro giù al club.”
Placido si fa largo tra lattine e barattoli, spingendoli via con i piedi nudi, poi esce in corridoio e si chiude alle spalle la porta della dispensa, appoggiandosi. Prende un respiro profondo.
Vito fa una risatina: “Dovresti vederti...”
Placido sbuffa, irritato per la presa per il culo, neppure tanto vaga: “Ti sarai accorto anche tu del casino che c'è lì dentro, o no?” Si decide a seguire il fratello, impaziente. Traballano lungo il corridoio buio.
Placido incespica in un paio di scarpe, almeno così gli sembra: “Ma non possiamo accendere la luce?” Chiede.
“No, finisce che si sveglia anche Nino.”
“Nino cosa?”
“Dai che hai capito.” Sussurra l'altro.
Arrivano davanti alla porta della camera da letto. “Aspetta un attimo.” Vito si infila dentro e dopo qualche minuto riapre il battente e allunga al fratello una valigetta di plastica. “Buon divertimento. Però non fare troppo rumore.”
Placido grugnisce qualcosa, poi rimane lì in piedi, istupidito, fino a quando non sente cigolare le molle del letto, fino a quando Vito torna a dormire. O a fare dell'altro. Placido scrolla le spalle.
Passa un'ora intera chino sul cellulare, alla luce della lampada da tavolo, mentre fuori la città dorme.
Cacciavite, pinze. Pinze, cacciavite. Gli ciondola la testa sul petto. Si risveglia, ricomincia, si riaddormenta. Fa un salto sulla sedia quando il telefono gli sfugge di mano e cade sul pavimento: “Ma porca puttana!”

“Placido! Come sei combinato?” Entrano Vito e il caffè. “Hai dormito vestito... e questo?” Il fratello si china, raccoglie il palmare. “Schermo rotto?” Un'occhiata agli attrezzi sparpagliati, poi guarda il display: “Comizio? Cos'è, un comando in codice? Giocate a fare i barbudos?”
“Eh?” Placido tende la mano, Vito gli rende il telefono.
“Sorry, non si legge più un cazzo, è stato giusto un attimo.” Il musicista fa spallucce, “Magari ho letto male”, poi una smorfia “lo schermo di un cellulare non si ripara, fratellino, si cambia e basta.” Gli porge la tazza. “Sono le sei, vado a farmi la doccia. Se vuoi ti accompagno a scuola, tra un po' devi entrare, giusto?” Esce dalla stanza, con l'asciugamano in spalla, stiracchiandosi e fischiettando un blues.
Placido non si raccapezza, riesce a malapena a stringere le dita intorno alla tazza, a storcere il naso per l'odore di sonno e di birra stantia che si sente addosso. Strizza gli occhi. Cazzo.