“Oggi sono tutti rossi!”
L’uomo sbraita in faccia a Placido che, sorpreso, resta senza fiato. Pensa: “Che vuole questo pazzo? Non ti puoi fermare un attimo a guardare una vetrina che…”
“Tutti a far chiacchiere, ma niente! E intanto: tutti rossi!”
“Veramente…” accenna Placido.
“E intanto siamo schiavi! Sa cosa? Siamo schiavi di Brussèl!”
“Ecco…”
“Oh, parole ne fanno tutti! Il poopolo, il nostro poopolo… Tsè! … Rossi. Tutti.”
Placido osserva i capelli grigi dell’uomo pettinati all’indietro, probabilmente con brillantina del 1980; si mette di lato per non respirarne l’alito pesante e si tiene pronto a balzare indietro se il tizio cercasse di toccarlo.
“Che schifo… Schiavi… Tutti rossi…” Ha uno scatto improvviso che spaventa Placido: estrae dalla tasca un cellulare sporco. “Guardi, guardi qui! Sono follovèr di tre o quattro pagine…”
“Lasci stare“, lo frena l’altro, “non ho gli occhiali”.
“Nessuno che ci difenda davvero! Chiacchiere, ma niente fatti… So io chi ci vorrebbe…”
Queste parole fanno andare il sangue alla testa a Placido. Punta l’indice contro il petto dello sconosciuto e sta per aprir bocca, ma si trattiene: in effetti, cosa dire? Insultarlo e mandarlo a quel paese? O fargli una lezioncina di dottrina politica, dimostrandogli che è un imbecille? (Che poi, figurati se lo capisce!) Oppure, ultima ratio, prenderlo con calma, provare un discorso conciliante, ma profondo, cercare di spiegargli come stanno davvero le cose? Che i rossi non sarebbero questo gran male, perché così e così, e che ce ne sono troppo pochi e non contano un cazzo (questo forse non glielo dice), e che i neri invece…
Ci prova. “Senta, ma lei ha idea di cosa siano, di cosa vogliano davvero i comunisti?
Il tizio lo guarda storto, con fare stupito e scocciato. “Ma che discorsi si mette a fare, adesso, che sono abbastanza incazzato! Tutti rossi, e così sono arrivato in ritardo, e l’ufficio è chiuso!”
“Come: in ritardo? Che c’entra?”
“Eh sì! Ci sono diciotto semafori da casa mia a qui, ed erano tutti rossi! … Ma lo sa che i tempi delle luci semaforiche li decidono a Brussèl? Lo sapeva? Maledetti…”
Il violento spintone che Placido gli rifila a quel punto lo fa barcollare e lo lascia senza fiato. Ma non basta: è anche investito di un sonoro “Ma vaffanculo!” che Placido urla mentre, furibondo, si allontana a grandi passi.
Ci mancava il telefono. Placido resiste all'urgenza di lanciare il cellulare nella tazza del cesso. Per i messaggi non serve più, gli rompe solo le palle con quella stupida suoneria che imita il cigolio di una porta. Tutta colpa di Saverio, l'amico scemo di suo fratello Vito. Del trio di musicisti è quello con la mania degli scherzi e delle battute fuori luogo. Ti metto su una musica che è una figata, vedrai. Farai colpo. Il colpo invece se l'era preso lui quando Aprilia, durante una chiacchierata alla sede del partito, verso l'orario di chiusura, si era spaventata per il mesto assemblaggio di note, gli aveva dato del cretino e non gli aveva più rivolto la parola per una settimana. Devo cambiarla. Sbuffa. Che so, qualcosa degli Eagles, o una marcia della rivoluzione cubana. Tanto per sentire davvero qualcosa di sinistra. Ingoia due aspirine con l'acqua del rubinetto e manda ancora qualche maledizione al tizio dei semafori e a Brussèl.
“Pronto?”
“Placido, sono il Segretario.”
“Ah, sì, per piacere non gridare, ti sento benissimo.”
Si sfrega la testa che martella, immagina il pallone gonfiato lisciarsi i baffi e ammiccare verso Aprilia.
“Stiamo organizzando la contromanifestazione per opporci al comizio di quelli là...” attacca il re del foro “Vogliono parlare di famiglia, vogliono coinvolgere i preti, non possiamo lasciare cadere la cosa.”
“E io che c'entro?” Placido è impaziente, vorrebbe troncare, sdraiarsi sul divano.
“Sei sempre stato in prima fila, voglio sapere se possiamo contare su di te.”
“Non lo so, devo pensarci, dipende da come va al lavoro: sono in attesa dell'orario definitivo, potrei essere impegnato. Ti ricordo che sono un povero precario senza poltrona attaccata al culo e che non ho tutta la libertà dei segretari di partito.”
Silenzio all'altro capo del filo.
“Scusa, Palmiro.” Placido alza una mano pur sapendo benissimo che l'altro non può vederlo. “Ho una terribile emicrania, ci sentiamo in un altro momento.”
Chiude la comunicazione, ride per la battuta involontaria che ha detto e lascia cadere il telefono nel water.
“Che cazzo fai? Riprendilo, cretino! Se va giù s’intasa tutto. Dove lo trovi poi un idraulico?”
“Eh?” Placido sospira, temporeggia, poi si china e recupera l’oggetto, schifato. Si gira. “Nino?”
Fisico atletico, barba curata. Mai un capello fuori posto: musica e palestra, palestra e musica.
“In casa d'altri giri sempre senza mutande?” Gli chiede Placido, scontrandolo con la spalla e passando oltre, diretto in salotto.
“Mi faccio una doccia.” Gli risponde Nino fuori dai denti. “E poi, se ti infastidisce la mia presenza, dillo a tuo fratello.” Si chiude in bagno, sbattendo la porta. L'acqua comincia a scorrere dietro la porta a vetri.
Placido si lascia cadere sul divano, si copre la testa con un cuscino, si gira su un fianco. Spera che passi tutto in fretta, il mal di testa, l'ingombrante presenza del compagno di Vito, il mondo contro.
Macché, ecco che qualcuno gli batte sulla spalla. Quella cretina della donna di servizio... Si volta, si alza di scatto, occhi iniettati di sangue: “Penelope!”
“Ma che Penelope, sono Vito.” Il fratello è chino su di lui, con addosso solo le braghe della tuta.
“Vito?” Lo guarda da sotto in su. “Cos'è 'sta mania di girare nudi per casa?”
L'altro abbozza un sorrisetto: “Dài, non fare lo stronzo, sempre a brontolare.”
Quell'altro al cesso ha finito, esce, con un asciugamano in testa e un altro annodato in vita. Raggiunge Vito, gli passa un braccio attorno al fianco. Placido osserva istupidito.
“Io e Nino ci sposiamo.” Dice il fratello. “Vorremmo che fossi il nostro testimone”.