“Eccoti! Cominciavo a disperare.” Palmiro scende dalla macchina accostata al marciapiede.
“Non smetti mai di essere il Segretario.” Scherza Aprilia per nascondere di essere un po' seccata per l'improvvisata.
“Oggi è un giorno importante, mia cara, vorrei discutere con te due o tre cosette.”
“No, Segretario”, lei stringe la borsetta e arretra di un passo “sono un po' di corsa, magari ne parliamo domani giù in sede.”
“Il questore ha autorizzato il comizio, in pieno centro città. La data è fissata fra una settimana. Come militanti non possiamo fare finta di niente: è necessario che raduniamo le forze democratiche...”
“Vito!” Aprilia si sbraccia “Vito! Sono io, ciao!”
Il motorino accosta, a due dita dall'auto sportiva nuova fiammante di Palmiro. Il pilota slaccia il casco, lo toglie e la coda di cavallo argentata rotola sulla schiena. Alza gli occhiali da sole. “Ciao bellezza.”
“E questo chi sarebbe?” Il Segretario infila le mani in tasca e batte a terra con il piede.
“Un caro amico.” Fa le presentazioni, un po' frettolosa ma precisa. “Mi daresti uno strappo in palestra?”
“Eh? Ma da quando vai...?” L'uomo si gratta la testa.
Aprilia gli conficca le unghie nella camicia a scacchi: “Sì, sì, non ricordi, mi sono iscritta l'altra settimana.”
“Ah già”, abbozza Vito, mangiando la foglia “prendi l'altro casco nel bauletto e salta su, che ho premura anch'io.”
Sfrecciano nel traffico lasciandosi alle spalle Palmiro, la coupé e Osvaldo, nascosto in fondo al negozio a sbirciare e a masticare amaro.
Trattoria. La solita. Il menu pure. Hanno scelto un tavolino all'aperto e hanno posato i caschi sopra, tra le bibite e il cibo.
“Questo mi è largo. Di chi è?” Chiede Aprilia.
“Di Nino.”
“A proposito, come va?” Lei fa rumore con la cannuccia della coca.
“Abbiamo litigato.”
“Roba seria?”
“Non so. È per via del testimone.” Vito addenta l'ultima parte del panino.
“Placido?”
Vito annuisce. “Placido non sa ancora che io e Nino ci sposiamo, figurati se gli dico che mi deve fare quel servizio lì.”
Aprilia scoppia in una risata e spruzza coca cola dappertutto: “Ti adoro, Vito.”
“Mio fratello un po' meno... ha paura che lo metta nella merda con il partito.” Butta giù la birra. “Ipocriti.” La guarda: occhi buoni, sorriso da ragazzino. “Ti ho tolto d'impaccio prima, vero?”
“Oh beh,” dice lei, “ce l’avrei fatta anche da sola”.
“Scusa se mi intrometto…” La fissa dritto in volto “Ma non ho capito se quello… Oh, giuro che non dico niente a Placido, ma sai, sono il maggiore, e…”
Tacciono. Lei regge lo sguardo a lungo. Sembra indifferente, ma il respiro accelera un po’. Poi sbotta: “Non te lo dico!” ma subito abbassa occhi e voce. “Insomma… non lo so, Vito, non so”. Ancora silenzio, poi lei riprende: “Cazzo, con te non sono la donna tutta d’un pezzo come mi vedono gli altri, e come anch’io credo di essere! Ma perché? Come fai?”
“Io non faccio niente. Magari sarà perché io sono sempre io, e tu con me sei davvero tu…”
Aprilia sorride. “Sembra il preambolo di un Quesito con la Susy. Dai, mangiamo! E vedrai che Placido te lo fa, il servizio; basta che lo lasci protestare e lamentarsi a sufficienza!”