Sfide!

sfide letterarie


Prova un po' a scrivere questo...

Dalla nostra collaborazione sui racconti a quattro mani è nata l'idea di un nuovo modo di metterci alla prova: "Scrivi un po' su..." Ti do un tema e tu ci scrivi sopra un racconto. Ma il tema deve essere bizzarro!

Ecco cosa è uscito fuori.


Scrivi il primo capitolo del tuo romanzo fantasy. Così, però, è troppo facile: ambientalo un po' sul monte Fasce...

Tutti i santi

Capitolo primo

Molti si giravano a guardarla quando risaliva via Venti Settembre a passo svelto, a testa alta, con una busta o un pacchetto sotto il braccio: faceva allegria. L’impermeabile alla Bogart in ogni stagione, abbondante per il suo corpo minuto, allacciato e sempre stretto dalla cintura; le scarpe rosse di tela, con la suola in corda, comode per stare in piedi a lungo e camminare; i capelli candidi, senza un filo grigio, lisci e lunghi fino alle spalle, spesso raccolti sotto a un basco bianco; gli occhi azzurri, vivaci; il viso rugoso sempre sereno. L’età? Almeno settanta, ma forse anche di più.
Per decenni aveva insegnato storia e filosofia al Liceo D’Oria. Da allora non aveva perso un briciolo della sua cultura e della sua verve, ma non la chiamavano più professoressa: per tutti era Mida, diminutivo di Armida.
Si era trovata un lavoro: faceva consegne di plichi tra un ufficio e l’altro, per conto di una società di “telefattorini”, che ora si chiamerebbero “rider”; ma non aveva bicicletta: in centro si spostava a piedi o, per fare qualche chilometro in più, prendeva l’autobus. Si presentava sempre sorridente, aveva una voce bella, profonda, scambiava battute e a volte, quando l’interlocutore lo meritava, elargiva qualche perla di saggezza.

Quel giorno Mida era piuttosto sbrigativa. Un paio di clienti che la vedevano spesso si resero conto del suo stato d’animo diverso dal solito, ma non osarono chiedere.
Finì il turno e andò a casa. Abitava in pieno centro storico, in vico Indoratori: una stradina larga tre passi e defilata, dove però è situato un palazzo imponente e importante, addirittura la casa natale di quella Caterina Fieschi che sarebbe poi stata proclamata santa. Una casa con un bellissimo portale fiorito, con un bassorilievo in cui un prode cavaliere infilza di lancia un rettile alato.
Mida aveva in affitto un grande appartamento in quello che ormai era stato trasformato in condominio; pagava molto, per cui le faceva comodo arrotondare la pensione con lavoretti, ma lì era sempre vissuta, circondata da migliaia di libri e da oggetti cari, e non prendeva in considerazione di potersi ambientare altrove.
Sorseggiò un bicchiere di latte, senza togliere l’impermeabile; poi andò in camera a cambiarsi. Indossò una giacca a vento scura e scarponcini robusti, quindi uscì di nuovo. Si diresse al capolinea di Caricamento e salì sull’autobus per Marassi.
Scese nei pressi del parcheggio gratuito dove teneva la vecchia 127 bianca. La raggiunse, liberò il tergicristallo dal solito accumulo di volantini pubblicitari. L’accensione fu come sempre faticosa, ma ancora una volta l’auto partì. Si diresse verso Borgoratti e Apparizione e imboccò la salita che portava sul monte Fasce.
Arrivò al posteggio dove di solito fermano i turisti. Controllò che non ci fosse gente in giro in quel momento e si infilò in un sentiero a malapena visibile. Scese dall’auto alla fine del tratto carrabile e proseguì a piedi, in leggera discesa, su un percorso solo a lei noto. A un certo punto si arrestò, un po’ ansante, tirò fuori dalla tasca della giacca una sciarpa di cotone e la avvolse più volte sul volto, per coprire bene naso e bocca. Fece ancora alcuni passi e gridò:
“Ci sei?”
Celata dietro a rovi perenni e a un cumulo di rocce, c’era l’imboccatura di una grotta. Da lì sbucò a poco a poco, con cautela, il drago. I suoi occhi rossi cercarono Mida e la inquadrarono; si tranquillizzò. Era un drago piccolo: tre metri dal naso alla punta della coda, qualcosa di più di apertura alare. Si tenne a distanza dalla donna, ma le arrivarono comunque i miasmi del fiato della bestia. Lei fece ancora un passo verso di lui, ma lì si fermo: oltre non sarebbe stato sopportabile.
Mida non gli aveva portato niente, quindi era venuta a dirgli qualcosa. Attese. La donna si decise e disse:
“È tornato.”
Il drago capì subito. Sbuffò, senza volerlo, un po’ di fumo dalle narici; lei volse il capo di lato, a cercare un soffio d’aria fresca. Lui sentì il bisogno di una conferma; chiese, senza un vero tono interrogativo:
“Sangiorgio.”
“Sangiorgio.”
La donna non aggiunse altro. Continuò a fissarlo, mentre lui roteava il capo si guardava in giro incredulo, si contorceva e, voltando la testa verso monte, sbuffava. Infine domandò:
“Ma perché?”
Mida allargò le braccia.
“Non lo so. Ho provato a immaginare…”
Lui esclamò, sarcastico, con rabbia:
“Ci sono forse altre principesse da salvare?”
Mida non replicò subito, la risposta lui la sapeva.
“I potenti… Ieri era il sangue reale, oggi è il denaro.”
“E tra questi chi avrebbe bisogno di essere difeso? E da cosa?” Raspò il terreno con le unghie, preso dall’angoscia; poi tornò in sé e vi ripassò sopra con la zampa per cancellare la traccia.
“Non so cosa stia succedendo, ho solo saputo che è tornato, e volevo dirtelo.”
Il drago annuì, agitò la coda in segno di saluto, tornò a rintanarsi nelle viscere della terra.

La mattina dopo Mida era di nuovo in centro a lavorare. Le affidarono un pacco da portare in via Ceccardi, proprio lì. Lo consegnò ai destinatari in uno studio legale e all’uscita dal portone si trovò davanti, dall’altra parte della strada, la banca: il Banco di San Giorgio. Si fermò a pensare.
C’era entrata, qualche volta, per affidare buste e pacchi all’usciere di turno. Fece il giro del palazzone. Sul retro, una piazzetta invasa dagli scooter e dalla sporcizia; una pretenziosa scultura, una vela in metallo al centro di una vasca, avrebbe meritato attenzioni e cure, mentre era abbandonata al degrado. Sul lato dell’edificio, dopo l’ingresso per il pubblico alla banca, seguivano vetrate oscurate e serrande abbassate. Immaginò che lì dietro, in spazi lontani dalle sale di ricevimento, si svolgessero i riti più segreti del mondo della finanza.
Ma non potevano sapere… Non l’aveva ancora detto nemmeno al drago, di quella sua idea. Non aveva scritto appunti: tutto in testa, aveva. Ne avrebbe parlato col drago solo quando il suo progetto fosse stato articolato in modo da non fargli correre rischi inutili.
Però, proprio allora, Sangiorgio era tornato.

 (Continua. Forse.)