Sfide!

sfide letterarie


Prova un po' a scrivere questo...

Dalla nostra collaborazione sui racconti a quattro mani è nata l'idea di un nuovo modo di metterci alla prova: "Scrivi un po' su..." Ti do un tema e tu ci scrivi sopra un racconto. Ma il tema deve essere bizzarro!

Ecco cosa è uscito fuori.


Scrivi un breve racconto di fantascienza ambientato in una macchina del tempo. In cui i personaggi non vivono esperienze in altre epoche: stanno sempre dentro la macchina del tempo.

L'esperimento

Correre. O strisciare. Sulle rocce, nella sabbia, attraverso giungle e paludi, ma Meyer non si è mai lamentato: non ricorda una missione uguale a un'altra, né due pianeti che abbiano mostrato a lui e ai suoi uomini la stessa faccia. Ora, però, a dire tutta la verità, quella che sembrava nata come un'operazione convenzionale, ai limiti della noia, lo convince sempre meno: storta già al briefing al comando, dove i superiori hanno stravolto le carte in tavola; non sa bene nemmeno lui come inquadrarla davvero. Esplorazione? Ricognizione senza contatto con il nemico? Vigile attesa? E di che cosa, poi? Non è roba da scomodare squadre speciali. Massima segretezza, esercitazioni massacranti e partenza in sordina a bordo di una capsula priva di insegne verso un piccolo mondo sconosciuto di cui ha già dimenticato la sigla: fin qui nulla di nuovo. Meyer controlla la posizione, poi scandaglia l'orizzonte, una distesa di pietra, polvere e nulla, contro un cielo violaceo e tre lune appese. Eccola lì, la novità: una costruzione deserta dalle pareti lisce e scure, con tre piccole aperture sul lato lungo. Incredibile, inattesa. Guarda i suoi uomini: non è l'unico a sentire puzza di fregatura. Sarebbe bastata una sonda qualunque dell'esercito, anche di vecchia generazione.
I suoi compagni, Popov e Garrett, attendono pazienti, con un ginocchio a terra e i fucili di traverso.
"Sarebbe quello l'obbiettivo?" Gli chiede Garrett.
"A quanto pare." Risponde.
"Un mese di volo in un cilindro di stasi per un rudere." Brontola Popov. "Almeno dobbiamo ammazzare qualcuno, oppure neanche quello?"
"Alla base si sono sbottonati meno del solito." Dice Meyer a bassa voce. "E noi non dobbiamo fare domande."
"Come al solito." L'altro sputerebbe, se il casco non gli impedisse di fare arrivare a terra il bolo di saliva e tabacco.
Meyer alza le spalle, disattiva l'ottica del casco e riprende la marcia, arma carica puntata in avanti. "Forza, prima finiamo, prima torniamo a casa."

"C'è ossigeno e non rilevo agenti patogeni nell'aria, penso che possiamo fare a meno del respiratore, signore." Garrett aspetta il cenno di assenso del superiore, poi sgancia la visiera e la alza.
I tre avanzano verso il centro del locale deserto, guardinghi: le pareti sono spoglie, verdastre.
"Mi fa pensare all'infermeria dell'accademia." Mugugna Popov.
"A me al vomito, dopo una sbronza." Il ghigno di Garrett.
Di fronte a loro, tre cabine con porta a spinta, ognuna con una finestrella in alto, rivolta verso l'ignoto; alla destra degli uomini troneggia una fila di manufatti a coppa montati a parete, bianchi e dalla superficie liscia e splendente, con insolite leve di comando di metallo.
"Signore", Garrett corruga la fronte, abbassando il fucile al plasma "non posso crederci, mi dica che non è vero." Si accoscia, passa il guanto sulla superficie del pavimento, suddiviso in riquadri color terra.
Meyer sospira, fruga nel taschino sul petto e recupera una gomma da masticare.
"Sembra..." Popov fa tanto d'occhi mentre segue il profilo delle scarne suppellettili all'intorno: stracci, carta, distributori automatici a pressione già superati ai tempi del suo addestramento. E specchi scrostati che rimandano l'immagine di tre soldati armati fino ai denti.
"Un cesso." Il capitano infila in bocca la cicca e attacca a far andare su e giù le mascelle, con una velocità pari al suo nervosismo.
Gli altri due si scambiano uno sguardo perplesso.

"Che si fa?" Popov, seduto in terra, si appoggia al muro. "Sono passate due ore e non si è visto nessuno, non è successo niente." Osserva con curiosità le porte dei piccoli vani.
"Non sappiamo se ci saranno azioni ostili, in ogni caso dobbiamo essere pronti." Replica Meyer, secco. "Attendiamo, questi sono gli ordini."
"Aspettiamo cosa?" Brontola Garrett.
"Quello che viene." Il capitano lo fulmina con un'occhiataccia.
Il rumore metallico è forte e improvviso: all'istante i tre soldati sono spalla contro spalla, armi sollevate, pronti a far fuoco. Meyer non ha neppure bisogno di impartire istruzioni: si muovono come un sol uomo, girando lentamente per coprire ogni angolo. Con occhi sgranati al di sotto delle visiere a specchio osservano il buco nel soffitto: un quadrato perfetto da cui ora discende un raggio di luce, accompagnato da un frinire metallico. La luce avvampa e gli uomini serrano le palpebre.
"Siamo abbagliati, signore!" L'urlo via radio di Garrett rintrona i due compagni, vicinissimi, ma non raggiunge la base, con la quale i tre hanno interrotto le comunicazioni non appena toccato il suolo desolato del pianeta, come da protocollo.
"Finiscila di starnazzare." Meyer è il primo a riaprire gli occhi, millimetro dopo millimetro: il biancore accecante se n'è andato e sul pavimento del cesso sono accatastate razioni di cibo con stampigliato sopra il marchio del Quartier Generale. Roba sopraffina, che loro non avrebbero neppure il diritto di sognare.
Lentamente abbassano i fucili.
"Boss, a me sembra che qualcuno si stia divertendo alle nostre spalle." Popov è paonazzo.
Meyer alza il braccio, quello fa silenzio. Con la punta dell'arma smantella la pila di pacchetti avvolti nella carta argentata. "Sembra che dovremo fermarci qui per un po', tanto vale..."

"A che punto siete, ragazzi?" Quindici ore dopo, la voce di Garrett è impastata, mentre si gira verso destra ad afferrare lo strappo di carta. Riesce solo al terzo tentativo. "Voglio la civiltà, dove sono il tubo di aspirazione e la tuta autopulente?" A che serve la tecnologia se, per nettarsi il deretano, un pover'uomo ha ancora bisogno di cellulosa? Roba d'altri tempi, alla lettera. Prima di procedere il soldato avvicina il rettangolo bianco al naso, lo annusa, lo guarda in controluce. Il neon della latrina non segnala nulla di particolare.
"La birra è andata!" Popov, cesso B, subito a fianco del commilitone seduto alla postazione A. "Non credo di avere mai pisciato così tanto in vita mia." Chissà che diavolo conteneva quell'intruglio maledetto, borbotta tra sè mentre rinfodera. Impiega dieci minuti buoni a intuire posizione e funzione dello sciacquone. "Ehi boss, sei vivo o sei caduto dentro?" La domanda, formulata con voce incerta, si conclude con un poderoso rutto.
Sinfonia di acqua purificatrice. "Tutto a posto, Garrett, e tu sei ancora intero? La prossima volta ci teniamo la fame e la sete." Mentalmente Meyer prende nota di nuovi insulti con cui gli pacerebbe infarcire il rapporto che preparerà al ritorno.
Rumore di velcro, cinghie, suole chiodate di anfibi contro il pavimento, porte spinte con violenza. Senza guardarsi in faccia, i tre soldati ondeggiano fino alle coppe bianche inscritte nella parete e, dopo qualche tentativo andato a vuoto, all'unisono passano le mani davanti alla cellula che aziona lo scorrimento dell'acqua. Tre teste sotto ai rubinetti.
"Aaaah!" Meyer si rialza per primo, passa le dita tra i capelli a spazzola. "Ora va meglio."
"Dovremmo riposare", aggiunge Garrett "mi sento come se mi avessero investito."
"Speriamo almeno che la prossima paga sia più pesante, questa pagliacciata dovrà pur essere ricompensata." Chiosa Popov.

Buio. Legno. Odore di umidità. Meyer si regge il ventre fra le mani e cerca di capire che cazzo è successo quando ha aperto la porta: "Dov'è la mia tazza?" Mormora tra una doglia e l'altra, fissando il buco nell'asse di legno. "Garrett! Popov! Non c'è più il cesso!" Fuori dalla finestra anche il paesaggio è cambiato: il deserto dall'aspetto lunare si è trasformato in un'allegra campagna terrestre che lui ha visto solo sui libri. La gola gli si chiude, mentre le esclamazioni di sgomento dei compagni lo convincono a uscire subito di lì senza calarsi le braghe della tuta.
"Fa un freddo boia là dentro." Garrett strascica le parole. Al suo fianco, Popov è livido e indica con dito tremante il rinnovato ambiente in cui sono piombati: niente più specchi, lavandini, coppe di qualsiasi genere, solo muri impenetrabili di pietra scura, panche di legno marcio con un buco al centro. "Boss, se è uno scherzo..."
Meyer afferra il fucile e corre alla porta, non più in metallo, bensì di assi inchiodate: la apre con un calcio. Il profumo dei campi e un sole caldo investono i soldati attoniti.
"Ossignore..." Mormora Popov.
Meyer richiude con violenza, il cuore in gola e la pancia in fiamme. Odore di paura e di sudore.
"Dove siamo finiti?" Garrett alza il viso al soffitto ammuffito e sgocciolante. "Che sta succedendo?"
Meyer si asciuga la fronte con il braccio. "Cerchiamo di ragionare." Impossibile combattere le coliche feroci. Lo legge negli occhi febbricitanti dei suoi. "Non entrate là dentro, piuttosto arrangiamoci qui."
Troppo tardi. Con un gemito di sofferenza Garrett spinge i battenti e scompare nella latrina, seguito a ruota da Popov.
Sono le urla di terrore a convincere Meyer ad alzarsi da terra, dove è scivolato nel tentativo inane di trattenersi, e ad arrancare verso l'asse.

Garrett è accosciato al centro di un rettangolo di prato, si regge a un palo piantato in terra. L'erba e i fiori gli arrivano alle ginocchia e gli danno un po' di privacy. L'aroma di pineta quasi stordisce.
"Diosanto, boss..." L'uomo piange, un po' per i dolori, un po' per la paura. Meyer si china verso di lui, lo aiuta a rialzarsi condividendo la poca forza rimasta. Spinge le porte del cesso, sono fuori. Lunghi distesi.
"Perché non chiamare il comando", dice Popov, appoggiato alla parete divisoria tra due cabine "chiediamo un'estrazione, ogni volta che entriamo in quei cessi è... è tutto diverso, la latrina, anche là fuori..." Indica l'esterno con il braccio che trema. "E se non tornassimo più?"
L'improvvisa esternazione di angoscia del compagno d'armi gela Meyer e Garrett, che si guardano, folgorati.
"Un esperimento, è un fottuto esperimento!" Garrett quasi balbetta per la rabbia."Ci hanno mandato su questo sasso al buio, ci hanno avvelenato e adesso ci spiano." Gira su sé stesso, viso all'insù a scrutare ogni crepa.
Popov gli fa eco con una risatina isterica: "Come facciamo a entrare in un cesso sempre diverso se siamo inchiodati qui dentro da ore?"
Meyer scrolla la testa, si guarda sconsolato le braghe sporche, storce il naso per il suo stesso odore, osserva i compagni, stremati. Con fatica si rimette in piedi, si trascina al loculo più vicino, si appoggia ai battenti, prende un respiro profondo, poi spalanca. All'udire il suo grido Garrett e Popov si sollevano a forza di gomiti per vedere.
Il famigliare tubo di aspirazione pende dal soffito come una proboscide, mentre la tuta autopulente da evacuazione, appesa a un gancio, occupa lo spazio quasi per intero. Il cielo violaceo fa di nuovo capolino dalle finestrelle in alto.
Meyer molla la presa, finisce giù sulle chiappe, a bocca aperta, mentre gli altri due strisciano verso di lui, lo cingono per le spalle e fissano nella stessa direzione con pari sbigottimento.
"Boss!" Garrett allunga il braccio. "Non è possibile! Quella è la latrina della base." Vorrebbe aggiungere altro, dare fiato all'angoscia che lo tormenta, ma di colpo le parole gli si fermano in gola, mentre il soffitto, le pareti e i volti di Meyer e di Popov prendono a vorticare con velocità sempre maggiore. Una fitta al ventre, poi alla testa, infine il buio.

Uomini in divisa stringono le mani di uomini in camice. Il modello tridimensionale si spegne, lasciando nell'aria tracce fantasma di corpi stesi trascinati via per i piedi da unità robotiche. Lontani, è come se non fossero mai esistiti.
"Ottimo lavoro."
"WC-2021 ha superato il test."
"I soggetti volontari saranno smaltiti insieme alla postazione e al prototipo sperimentale."
"Dovremo conferire ai soldati Meyer, Popov e Garrett qualche onorifìcenza appropriata, così da tappare la bocca ai nemici interni."
"Sarà fatto, nessuno vuole rischiare l'intromissione della stampa."
"Ma la stampa non la controlliamo noi?"
Risate, pacche sulle spalle.
"I piani per lo sviluppo della macchina del tempo e delle sue applicazioni strategiche sono già operativi, da domani possiamo iniziare l'installazione sui caccia interplanetari."
"Lo scenario insolito e arcaico in continua fluttuazione è stato un colpo di genio, non si sono accorti di nulla."
"Fate saltare tutto."
I robot non pensano, ricevono ordini e agiscono. I cadaveri dei soldati sono accatastati in una cabina a caso, poi le unità si immobilizzano in attesa di istruzioni, senza coscienza del conto alla rovescia nei loro piccoli cuori meccanici. Cinque minuti alla detonazione. Sorrisi di soddisfazione. Le conversazioni si intrecciano, si sovrappongono, infine scemano a mano a mano che la stanza si svuota. Le lui si spengono.

"Boss!" La voce di Garrett.
"Sono qui."
"Vorrei tornare indietro dalla morte."