Ti tocca un breve horror in cui compaia lo zombi di un autista dell'AMT.
Lo zombi di via Maddaloni
Danielone beveva troppo, glielo dicevano tutti. La moglie gli faceva scenate, difficili da sopportare se non si è brilli; lo stesso faceva la sorella della moglie, temporaneamente (da sei mesi) alloggiata da loro. Tanto più era redarguito quando si presentava al lavoro, alla rimessa AMT di sua pertinenza, in “condizioni non conformi”; fioccavano multe, sospensioni, minacce di licenziamento, ma niente: non perdeva il vizio.
Spesso riusciva a nascondere il suo stato: metteva occhiali scuri per coprire gli occhi lucidi, tratteneva la voglia di ridere e riusciva a muoversi senza barcollare. Poteva dunque salire sulla vettura a lui assegnata, e quando era una di quelle piccole, dirette alle zone collinari, si inerpicava a gran velocità; almeno nel primo tratto, finché i passeggeri, sballottati e spaventati, protestavano a gran voce; allora rallentava e faceva il resto del percorso esasperando gli automobilisti in coda dietro. Finiva così che al controllo dei tempi a fine corsa risultava in orario.
Ma quando è troppo, è troppo: scolare un’intera bottiglia di vodka nella mattinata e presentarsi al turno pomeridiano in condizioni decenti è impossibile. Lo videro arrivare: vacillava vistosamente, ansimava e pareva sul punto di vomitare; il caposervizio e i colleghi lo circondarono e si scatenò una lite violenta, più che altro a gesti, perché nessuno capiva cosa lui dicesse, non riusciva a pronunciare parole di senso compiuto. La sua mole (altezza uno e novanta, peso centotrenta chili) incuteva timore, per cui tutti si muovevano come in una specie di balletto: Danielone si slanciava contro l’uno o l’altro, questi arretravano, altri gridavano, lui vi si avventava, e così via.
Finché decise di andarsene: si voltò improvvisamente e si allontanò a grandi passi dall’angolo della rimessa in cui erano. Ma si trovò nel punto sbagliato al momento sbagliato: invece di fare il percorso pedonale, si affacciò alla porta carrabile nell’attimo in cui una grossa vettura stava entrando. La velocità del mezzo non era elevata, ma nello scontro si registrarono danni alla macchina per migliaia di euro.
A Danielone andò peggio: fu sbalzato sul pavimento e lì giacque inerte.
Tutti i presenti gli si fecero attorno. Il grosso corpo sanguinava, accartocciato in una posa innaturale. Oriano, la guardia giurata, che si definiva un po’ medico (aveva ereditato dal padre l’Enciclopedia della Salute dei Fratelli Fabbri Editori), lo avvicinò e lo esaminò. Dopo qualche secondo si tirò su e disse, con voce profonda:
“Non c’è respiro, non c’è battito…” Abbracciò gli astanti con lo sguardo e affermò: “È morto.”
Si levarono borbottii, lamenti, imprecazioni. Si diceva: “Bisogna avvertire… Bisogna chiamare…” ma nessuno faceva niente.
Infine una voce disse: “La moglie!”
Si costituì un gruppetto di colleghi volonterosi, che si assunsero il compito di andare ad avvertire la donna: Danielone abitava a pochi minuti, due strade più in là. Partirono.
Intanto, quelli rimasti si diressero tutti verso il salone degli uffici per telefonare alle autorità. Ci fu un breve conciliabolo per decidere cosa dire e chi avrebbe dovuto chiamare. Fu incaricato il più anziano, ma prima che facesse il numero si sentì un colpo fortissimo sul vetro divisorio tra il locale e la rimessa. Si voltarono tutti e si levò all’unisono un grido di terrore: Danielone era in piedi, orribile a vedersi. Il braccio sinistro era vistosamente rotto in più parti, che penzolavano orrendamente; aveva un taglio in testa che sanguinava, un occhio tumefatto e già gonfio all’inverosimile; dal labbro spaccato usciva altro sangue che lordava tutto il corpo e faceva pozze sul pavimento. La bocca aperta emetteva un suono che sarebbe stato un rantolo, se non avesse raggiunto una potenza da sfondare i timpani.
Quella “cosa” prese a dirigersi verso di loro. La guardia giurata (che si vantava di essere esperto in materia di occulto: nella biblioteca paterna c’era anche il “Prontuario di teratologia filmica” curato da Ornella Volta) urlò: “È uno zombi!” e prese ad armeggiare con la fondina per estrarre la pistola d’ordinanza, ma tremava tanto che non ci riusciva.
Si rovesciarono sedie, qualcuno inciampò e cadde, altri si spingevano tra le scrivanie in una fuga disperata. La guardia riuscì infine a impugnare l’arma; Danielone alzò il braccio sano verso di lui, e quello sparò, trapassando la mano del mostro, il quale parve non accorgersene neanche.
Il sorvegliante non resse all’orrore e scappò; proprio in quel momento il gigante fece dietro-front e raggiunse con passi scomposti l’uscita sulla strada.
Nella via fu il panico: grida, svenimenti, tamponamenti di automobili, persone in fuga che si ferivano cadendo e sbattendo contro i muri. La polizia fu allertata: l’operatore non capì niente di quello che gente in angoscia raccontava, tuttavia una volante si mosse, ma non riusciva a raggiungere il punto per via dei diversi incidenti nella zona che bloccavano il traffico.
Intanto a casa di Danielone la moglie era in lacrime (mentre la di lei sorella non tanto), circondata dai colleghi del marito che cercavano di farle forza. Qualcuno dei presenti si rese conto che dalla strada venivano rumori strani e grida: s’incuriosirono, ma nessuno fece niente.
All’improvviso colpi violenti presero a scuotere la porta d’ingresso. Tutti si spaventarono e l’orrore li colse quando, sotto calci furiosi, la serratura cedette e l’anta si spalancò. Il mostruoso Danielone entrò, mugolando orrendamente. La moglie lanciò un urlo fortissimo e stramazzò al suolo; i colleghi si precipitarono fuori, un paio si ferirono cadendo per le scale. La cognata mantenne un minimo di sangue freddo: s’impossessò in cucina di un coltellaccio da arrosto e si preparò a difendersi. Quando Danielone le si fece vicino, sferrò un colpo maldestro: lo raggiunse a un orecchio e lacerò un pezzo di padiglione. Lui la prese a calci e la ridusse male.
Nel frattempo il caposervizio era tornato al deposito; informò Oriano di quello che stava succedendo. La guardia giurata (che, in quanto appassionato di film horror, teneva nel suo gabbiotto alla rimessa una scatola con una collezione di preziosi gadget, che spesso rimirava nelle lunghe e oziose giornate di lavoro) caricò l’arma d’ordinanza con una autentica pallottola d’argento e, preso coraggio, andò ad affrontare l’orrida creatura. Lo raggiunse, gli puntò la pistola al cuore e sparò.
Nell’attimo di estrema lucidità, quando in punto di morte tutto diventa evidente oltre i limiti della materia e dello spirito, nella coscienza di Danielone ci fu spazio per un ultimo pensiero: “Che scemo che è: non sono mica un lupo mannaro!”
Gli inquirenti provarono a far luce sull’accaduto, ma ben presto decisero di archiviare il caso definitivamente e misero a tacere i giornalisti col peso della loro d’autorità.
