Punto di vista in prima persona multipla: scrivi la preghiera di un adoratore del Sole, seguita dalla risposta del Sole.
Oratio
L'aria è tersa, il cielo azzurro come una maiolica. Neppure una nube in vista. Una brezza che profuma di campi e di estate mi accarezza il viso: socchiudo gli occhi e riempio i polmoni d'estate, mentre gli uccelli sfrecciano sopra la mia testa con strida di gioia.
Dal balcone parato a festa guardo verso il basso. La folla che si è radunata per il rito è oceanica. Me ne compiaccio e alzo la mano destra in un gesto di benedizione: il boato di risposta mi fa accapponare la pelle di piacere. Immagino gli occhi fuori dalle orbite, le bocche spalancate. Sorrido indulgente. Con la mano sinistra dietro la schiena faccio un cenno ai servi che aspettano, muti e pazienti, celati nell'ombra dentro la stanza. Lesti, si avvicinano, mi posano sulle spalle il mantello intessuto d'oro e di gioielli e mi calcano sul capo la mitria cerimoniale, pesante di pietre preziose. È ora.
Levo gli occhi al Sole:
"Astro supremo, padre e madre della Vita, ascolta la nostra preghiera." Esordisco con voce tonante e tutta la piazza cade in ginocchio.
Il caldo cresce di intensità, ma le guardie schierate sul perimetro della piazza non mostrano insofferenza: sanno bene che non sono indulgente con chi viene meno al suo dovere, e cioè proteggere me da qualsiasi pericolo. Mentre i diaconi che mi assistono per il rito non lesinano incenso prezioso, studio di sottecchi il mare di bifolchi in attesa, nel timore di cogliere qualche segnale, anche lievissimo, di eccitazione, poi riprendo la litania.
"L'aria profumata che si leva dai bracieri salga, lieve come piuma di creatura alata, fino al tuo viso radioso e interceda per le mie preci. Volgi lo sguardo benevolo verso chi si prostra al tuo cospetto, e ascolta."
Immergo le dita nella coppa delle resine e lascio cadere un paio di grossi chicchi sulla fiamma che ho di fronte. Il fumo che si sprigiona è denso, al punto da nascondere lo smeraldo incastonato nell'anello che porto all'anulare destro. Mi riscuoto, mi batto il petto, un po' per scena, un po' per facilitare la respirazione compromessa dai vigorosi effluvi, e ritrovo slancio.
"Gli altari grondano sangue: per onorarti non abbiamo esitato a sacrificare animali e uomini, sordi a chi chiedeva pietà inutilmente. Accogli il nutrimento fornito dagli ultimi impuri esemplari delle razze non umane, e dalla linfa di coloro che hanno scelto di restare fuori dalla tua Famiglia. L'ara del rito supremo è stata per loro onore troppo grande, ciò nonostante ti porgiamo queste vite perché te ne nutra."
Alzo le braccia, le teste si girano verso il fondo della piazza, e migliaia di occhi contemplano la spianata del sacrificio, i corpi smembrati, la terra intrisa di sangue. Oltre, il deserto.
"Oh Signore, abbiamo soggiogato la terra come comandasti ai nostri antenati, fatto strage delle creature che allignano al di fuori della tua grazia, domato e bruciato foreste e montagne, e non ci siamo fermati di fronte a nulla, nel tuo Nome."
La puzza ferrosa dei sacrifici mi raggiunge alle nari e mi tocca inspirare dalla bocca per ricacciare indietro la nausea. Con un movimento impercettibile delle dita, comando di aumentare i grani di incenso. Di sotto, i fedeli tacciono, estasiati.
"Nulla può frapporsi tra noi, oh stella primigenia, né guerra, né fame, né pestilenza, né carestia: confidiamo nella tua benedizione e nella tua grazia munifica perché sulle ossa della nuova alleanza possiamo erigere degni altari ed elevare più possenti invocazioni, a perenne suggello del nostro patto con te, o dio Sole."
Le ultime parole sono un grido, mani al cielo, capo rovesciato all'indietro.
La folla ruggisce.
Ora posso chiedere loro quello che voglio, come sempre: povere pecore pavide, pronte a cedere tutto, per un'ombra.
Corro veloce sui crinali e lungo le cime pietrose, scivolo nelle forre, avanzo sul suolo scorticato e inerte. Rapido, inesorabile, fino a quelle rovine, alla massa di corpi tremanti prostrati al suolo, unica forma di vita incontrata attraverso spazi infiniti e tempo. Sopravvissuti. La mia luce si arrampica lungo i muri, entra nelle orbite vuote di finestre distrutte, rifulge sulle vesti di colui che mi ha invocato.
"Signore del cielo, riversa su di noi la tua grazia, fa' che il cibo abbondi e che la nostra progenie benedetta riempia la terra. Compiaciti dei tesori che il tuo popolo fedele ti offre per la perenne riconciliazione." Al mio segnale i diaconi aprono i forzieri.
L'odore mefitico della morte travolge quello dell'incenso, e se il mio calore potesse venire meno, lo farebbe dinnanzi alla distruzione, al sacrificio, alla dissacrazione. Sollevo un vento caldissimo, dilato il mio petto fino a quando non posso più trattenere le fiamme purificatrici.
"Come posso ascoltare ed esaudire le vostre preghiere, mostri!"
Ecco, ho gridato, come solo il Sole può fare. E il mondo trema.
Sollevo le braccia per proteggere gli occhi, nelle orecchie ho le strida assordanti della plebaglia. I servi e i diaconi fuggono terrorizzati, rovesciando i bracieri. Tremo come una foglia: allora... è tutto vero, è tutto vero! Mi prostro, striscio con le ginocchia doloranti, la luce abbagliante mi fa lacrimare gli occhi, neanche mi accorgo delle prime torce umane che si contorcono nella piazza, ai piedi degli altari.
"Il tuo umile servo si accosta con il cuore in mano... Placa la tua rabbia."
Cenere.
