Scrivi le riflessioni di un manichino da uomo in vetrina di fronte a un gruppo di suore.
Occhi di plastica
Stupida. Stupida e incapace: le righine di questa camicia non stanno per niente col cartazucchero dei pantaloni! Non è la prima volta che mi veste male, ma la caporeparto non fa una piega. Chissà che fine ha fatto Laura. Lei sì che ci sapeva fare con gli abbinamenti, e che mi metteva addosso i pezzi giusti…
E ora mi sposta, mi mette di tre quarti lungo la corsia di centro! Ma come? Prima mi vesti, poi mi sposti? Allestire i manichini non è proprio il tuo mestiere, ragazza! Speriamo che la caccino, o, almeno, che impari.
Non mi sento a mio agio… Le occhiate di tutta questa gente che mi sfiorano, mi giudicano… A me piace essere perfetto, migliore di questi uomini, donne, ragazzi con abbigliamenti di dubbio, di cattivo, di pessimo gusto!
Eppure… sì, anche oggi che non sono di eleganza perfetta mi diverto: è uno spasso osservare come si vestono le persone. Con un colpo d’occhio elaboro critiche, assegno valutazioni…
Quella con quel gonnellino che lascia scoperte le ginocchia ossute, e la blusa che pende sul davanti, probabilmente per via dei tacchi altissimi che la fanno andare un po’ gobba… Quello con i bermuda marrone, i sandali e la maglietta stinta, troppo corta e sformata… Quello coi pantaloni di lino, le scarpe di corda senza calze, la camicia in tinta, e i braccialetti! Dico: i braccialetti! Prova a sorridere, ganzo, vediamo se ti brilla in bocca un dente d’oro…
Vengono, guardano, alcuni chiedono, qualcuno compra. Mi fanno rabbia gli addetti alla vendita, quelli bravi come la caporeparto, che sanno come ci si dovrebbe vestire, eppure consentono, anzi favoriscono, la diffusione di capi d’abbigliamento penosi, orrendi, ignobili.
Ohilà! Una donna mi indica al commesso: "Vorrei dei pantaloni di questo colore, ma non questo modello, li vorrei come quelli che sono in vetrina".
La vetrina… E chi l’ha mai vista, la vetrina? Ne sentivo già parlare quando ero ancora in magazzino. Pare che da fuori si veda quello che c’è dentro. Ma allora – mi sono sempre chiesto – da dentro si vede il fuori? Quel mitico spazio da cui vengono e in cui vanno tutte queste persone che visitano il negozio. Chissà com’è, che cosa fanno…
Chissà poi perché metà del tempo il negozio resta chiuso. Non fanno più entrare i clienti, spengono quasi tutte le luci e vanno via. È noioso passare tutte queste ore da soli; ci guardiamo tra manichini, osserviamo la merce esposta, ma è presto fatto; il vario, il diverso, viene da fuori!
Ora mi cambiano. Sto sempre un po’ in apprensione quando mi denudano, tanto più ora che non c’è più Laura e chissà cosa mi ritrovo addosso da un momento all’altro.
Due mani mi sollevano: dove mi portano? Sono tra i loro pezzi migliori, non possono rimettermi in magazzino!
Che luce! Più forte dei soliti faretti. Tutta una parete luminosa? E quanta gente! È la vetrina? È il fuori?
Non posso lamentarmi: un bel completo elegante, camicia intonata aperta sul collo… Tantissimi si fermano e mi osservano!
E intanto io non perdo un attimo e li studio. Sono molti di più di quelli che entrano, ma in fondo non sono diversi. Faccio le mie valutazioni e sogghigno tra me e me; quando tornerò in magazzino avrò un sacco di cose da raccontare.
Ecco un abito perfetto! Tutto grigio (qualcuno lo direbbe monotono, ma non io: amo le tinte unite), elegantissimo nella sua semplicità. Raffinato: gonna alle caviglie, collo chiuso, polsini rivoltati, raddoppiati con riporto bianco. Essenziale nei dettagli: leggera plissettatura all’attaccatura delle maniche; martingala (richiamo sapiente alla moda d’antan); colletto bianco a fascia; finta abbottonatura posteriore (ben nascosta la zip). E comodo: gonna con pieghe laterali, ampia ma non ingombrante. Unico difetto: forse non molto adatto al caldo estivo. Tanto più che la donna lo porta con una cuffia in tinta, dotata di velo posteriore: sembra un po’ una corta mantiglia, un vezzo forse inutile.
La donna cammina con giusta dignità, evidentemente consapevole della propria eleganza.
Ne ho visto altre! Mi sembra incredibile: la donna in grigio di ieri è ripassata, l’ho seguita con lo sguardo per vedere dove si dirigesse; stava entrando in quel grande e tetro edificio in fondo alla piazza, e in quel momento ne sono uscite altre due donne, vestite allo stesso modo! Posso capire che il modello piaccia talmente da fare tendenza, ma insomma, abiti esattamente uguali!
Le donne erano di età e corporatura molto diverse, ma gli abiti parevano cuciti su misura. Però sulla più anziana, flaccida e curva, non faceva lo stesso effetto: quella avrebbe fatto meglio a rinunciare alla civetteria e mettersi qualcosa di più appropriato.
Sono stordito! Da quel palazzo vanno e vengono donne vestite tutte allo stesso modo! È una cosa che non capisco, non ho mai visto niente del genere. Le ho osservate a lungo con attenzione: sono tutte piuttosto altere, paiono consapevoli della qualità dell’abito che portano, ma la cosa non quadra: se sono così tanti, la particolarità del modello non è più un valore; come possono non rendersene conto?
Da un po’ di tempo guardo anche le facce. Una caratteristica del mondo di fuori è che le espressioni sono molto più varie; la gente che viene in negozio è spesso seria in viso, corrucciata, a volte attenta, altre distratta. Fuori ci sono altre gamme: molti ridono, o si arrabbiano, o hanno un volto sofferente, tanto per fare qualche esempio.
Ho osservato anche le donne in grigio: non sono diverse dalle altre. Ho letto nei loro sguardi gioia, furore, invidia, pace, disperazione, sfinitezza, energia, astio, talvolta amore. E molto altro.
Ho imparato a riconoscere dall’aspetto persone che vanno e vengono spesso da queste parti. Ognuno di loro ha un certo modo di vestire: abiti che possono cambiare per colore, foggia, qualità, ma che rivelano uno specifico carattere; volto, portamento e abbigliamento non sono intercambiabili. Ma le donne in grigio escono dagli schemi. C’è in loro un mistero, e forse è nella mia natura non capirlo.
Dentro spengono, ma le luci in vetrina restano accese. Fuori si fa buio, si illuminano fanali, la folla si dirada. Il riflesso dei faretti sul vetro mi impedisce di vedere buona parte dell’esterno: il cristallo fa da specchio e vedo me stesso. Per molte ore starò qui a contemplarmi, a rimirare la perfezione delle mie forme, l’aplomb dell’abito che indosso e, di scorcio, la regolarità delle mensole, la cromatura dei montanti, le pelletterie ben disposte sul pianale.
Nella grande e lugubre casa sul fondo della piazza una sola finestra è illuminata: quella rotonda e colorata, proprio sopra il portone centrale. Immagino tutte quelle donne assieme in un grande vano. Chissà che fanno?
