Scrivi una storia di fantasmi ambientata in una palestra di arti marziali frequentata solo da donne
Botte da orbi
La palestra si trovava in fondo a Vicolo dei Mazzuoli. Nulla lasciava presagire che quel fondo fatiscente infestato dai ratti, con l'ingresso maleodorante di piscio, la porta di legno che cadeva a pezzi e la piazzettina antistante cosparsa di spazzatura e di preservativi usati potesse interessare a qualcuno, al punto da infondergli nuova vita. Infatti alla Lina questa cosa non era piaciuta per niente: l'idea che a un pugno di matte fossero venuti i grilli e che lor signore avessero deciso di mettere le mani sulla casa che occupava ormai da un secolo, anno più, anno meno, era intollerabile. Lì, nel centro storico a ridosso del porto, lei e la sua bottega erano state un simbolo: chi passava per un pugno di fagioli, chi per il sale o le spezie. Poi, per qualche misteriosa alchimia che ancora le sfuggiva, la gente del quartiere aveva semplicemente smesso di recarsi fino ai Mazzuoli e un giorno, altrettanto semplicemente, lei era morta lì, col suo negozio. Dimenticati, fino a quando alcuni ragazzini di strada si erano intrufolati, per sfida, sfondando la finestrella all'angolo: all'inizio era stato tutto un ghignare, un darsi di gomito, un avanzare titubante in cerca di facile bottino, ma quando l'avevano scoperta, rinsecchita, rattrappita come una blatta tra i sacchi di iuta masticati dai topi, come lei, se l'erano fatta sotto di brutto ed erano schizzati fuori; a ruota si erano presentati la polizia, un giornalista, un prete e i becchini a fare pulizia, mentre qualche vicino si lamentava della puzza. Poi, più niente. La Lina, però, era rimasta lì. Subito la cosa le aveva fatto un effetto strano, perché nella sua mente semplice non riusciva a trovare una spiegazione convincente al fatto di avere assistito alla deposizione del proprio corpo dentro una cassa da quattro soldi; poi si era abituata, anche al curioso fluttuare attraverso i muri, e tutto era filato liscio. Fino a quel momento.
Aveva seguito con crescente preoccupazione e fastidio tutto l'andirivieni di sconosciuti e sconosciute dentro e fuori della sua bottega, lo sgombero del ciarpame, gli sforzi degli imbianchini per riportare i muri scrostati a una parvenza di bianco, incerta sul da farsi.
“Mani di Pietra”. Il nome aveva fatto rabbrividire la Lina fino all'ultima molecola. Come avrebbe mai potuto accettare che la sua bottega si chiamasse in quel modo orrendo? Così, quando il donnone che sembrava a capo della combriccola lo aveva liquidato come "un nome del cazzo", il fantasma, librandosi a un palmo da terra, con qualche filo di fumo che le sfuggiva dalla crocchia evanescente, aveva annuito con forza. E lo aveva fatto con ancora maggiore decisione, anche se per motivi diversi, quando il gruppo delle nuove inquiline aveva optato per un altisonante "Alito del Drago". Nonostante che le ricordasse le zaffate all'alcol ricevute in pieno viso da certi marinai incontrati in gioventù, le suonava decisamente più appropriato. La Lina continuava a studiare con attenzione il nemico, del tutto ignaro della sua presenza, e aveva infine capito che cosa fosse la palestra che nasceva sotto i suoi occhi, o kwoon, come la sentiva chiamare dalle ragazze che la frequentavano. Aveva perfino preso gusto a osservarle mentre si allenavano in strane danze punteggiate dalle note stridule di musichette aliene per le sue orecchie di altri tempi, disegnando forme eleganti sotto le basse volte del fondo redivivo. La comparsa di spade e bastoni, in particolare, la esaltava, al punto che prendeva a volteggiare tra le allieve sollevando il bordo delle loro casacche nere. A qualcuna, certo, alla fine era venuto il dubbio di essere osservata, e pure l'amazzone dai capelli corvini che guidava gli allenamenti, sentendosi sfiorare, si era più volte immobilizzata con una gamba a mezz'aria e le mani tremanti. Tutto sommato, però, il ménage si era stabilizzato in una maniera che alla Lina non dispiaceva affatto, e quando l'ultima luce si spegneva e la porta nuova laccata di rosso veniva chiusa a tripla mandata, si divertiva un mondo a sfrecciare nello spogliatoio, mettendo a soqquadro calze, mutande e casacche.
Le urla. I rumori improvvisi e violenti. La puzza di sudore che sovrastava quella del piscio di topo. Palle del drago. Il fantasma sputava ogni giorno il suo disprezzo, un grumo di saliva eterica che attraversava la finestrella della palestra femminile, quella che dava sul vicolo cieco dove gli scimmioni si erano permessi di inaugurarne una simile. Neppure il nome era azzeccato e causava alla Lina una punta di reflusso gastrico paranormale. Li sentiva picchiarsi come fabbri ferrai, con versi animaleschi che nulla avevano a che vedere con la grazia delle ragazze con cui lei condivideva gli spazi. Al termine delle sedute di allenamento, i sedicenti atleti si spremevano per passare attraverso la minuscola apertura che fungeva da anticamera: tutti maschi, gonfi come salvagenti, dalla testa rasata, l'espressione ottusa. Una notte aveva sollevato le gonne orlate di pizzo e si era spinta fino nella tana del rumoroso nemico. Qualcuno aveva tirato tardi: quattro pachidermi erano intenti a prendersi a calci e ad affrontarsi con corti bastoni neri, che alla Lina non parevano affatto intrisi della nobile arte delle armi. Passò tra loro con la stessa urgenza di un vento d'autunno, rimettendoci anche la crocchia, che si disfece in rivoli di fumo bianco, ma i lottatori non se ne diedero per inteso. Provò ad attirare l'attenzione facendo dondolare i sacchi d'allenamento, sollevando agli angoli i tappetini su cui gli animali si rotolavano come porci nel fango. Tentò l'orrore supremo: faccia a faccia con ogni singolo uomo, bocca aperta e sdentata, mugghìo. I quattro si fermarono, sbuffando e sudando in gran copia.
"Carlone", disse quello che sembrava il capo "controlla che la porta sia chiusa bene, sento un po' di corrente."
Alla Lina, sconvolta e tremante di sdegno, non restò che battere in ritirata.
"Ah! E così quei bufali vorrebbero la mia palestra per ingrandirsi?" La gigantessa dai capelli neri, che all'ectoplasma pareva di avere capito si chiamasse Pulìn, quel pomeriggio aveva avuto una crisi di nervi che non faceva onore alla calma e alla compostezza che di solito la contraddistinguevano. "Perché, non fanno già casino a sufficienza?" Aveva sbraitato per un quarto d'ora davanti a un paio di fide collaboratrici, e poi aveva condotto il consueto allenamento con le allieve, dandoci dentro un po' più del solito quando si trattava di mettersi le mani addosso. Lì per lì la cosa sembrava fosse morta sul nascere, ma la Lina, non conoscendo bene la materia della compravendita di immobili (solo quella di beni di tutt'altra natura, piuttosto che di un fondo rimesso a nuovo dove la gente passa ore a picchiarsi o a giocare con i bastoni), temeva che donzelle e gorilla avessero ancora di che discutere nel breve periodo. Anche se si era affezionata, in un certo senso, all'"Alito del Drago", non è che le importassero più di quel tanto le sorti del centro sportivo, anzi, dei centri, considerando pure le "Palle del Drago" (e qui alzava gli occhi al cielo ), ma temeva moltissimo per la sua pace. E accompagnava le sue fantasmatiche riflessioni con decisi cenni del mento che sollevavano riccioli di polvere dal parquet.
La guerra di nervi era iniziata con piccoli dispetti. Schiamazzi durante gli allenamenti delle ragazze, osservazioni sguaiate, spazzatura lasciata davanti all'"Alito del Drago". Appoggiata sui gomiti, seduta su una pila di tatami, la Lina aveva contemplato il nascere della resistenza della piccola kwoon di donne, dagli strilli acustissimi inscenati a finestre aperte mentre, alle "Palle", si meditava, alle battute a voce alta sulla virilità e i gusti sessuali (che scandalo!) della parte avversa, fino agli esiti di una disostruzione del cesso lasciati in bella vista ai piedi del roboante stendardo con gli attributi del rettile, che sventolava – per quanto qualcosa possa sventolare in un vicolo chiuso a ridosso di un porto – a lato dell'ingresso della palestra maschile, che gli utenti non potevano certo evitare, né fare a meno di notare. La goccia che aveva fatto traboccare il vaso era stato un coccio, gonfio di pallido basilico, fatto a pezzi con un bastone da uno degli scimmioni, con il moccio al naso e due incisivi in meno. Pulìn non aveva reagito, limitandosi a fissare il gladiatore con algida ferocia mentre quest'ultimo ballonzolava ridacchiando lungo il selciato, fino a svoltare nel vicolo cieco della sua palestra, non senza alzare il dito medio in un ultimo irriverente saluto, prima di sparire oltre il muro sfregiato da murales zeppi di errori di grammatica. La Lina aveva contato con le dita, come era solita fare un tempo in negozio: uno, due, tre... La virago era rientrata nell'"Alito del Drago" con la pacatezza di un orco e immediatamente aveva tenuto un'arringa alle allieve, schiumando. Pochi minuti erano stati sufficienti a organizzare la squadra per la spedizione punitiva. Anche se, da una certo punto di vista, al fantasma pareva che un po' di basilico regalato da qualche parente taccagna fosse un motivo discutibile per mettere in piedi tanto casino, dall'altro capiva benissimo le ragioni dell'amor proprio offeso e della dignità.
Il primo colpo di spada aveva reciso lo stendardo, il secondo le palle del drago, che ora non sembrava più particolarmente minaccioso. Pulìn aveva poi aperto il battente con una pedata, in realtà al secondo tentativo, perché al primo calcio il battente era rimbalzato indietro, cogliendo tutte di sorpresa. Un istante per ricomporsi, quindi le ragazze erano sciamate all'interno lanciando acuti belluini e mettendo sottosopra il vestibolo. La Lina si era coperta gli occhi con la mano diafana quando la più giovane si era addirittura accucciata per urinare su un paio di scarpe da ginnastica giallo limone. I ragazzotti, colti alla sprovvista, all'irrompere delle diavolesse erano rotolati uno addosso all'altro come pecore in fuga, assistendo impotenti alle sciabolate che riducevano in brandelli sacchi da allenamento, tappetini e fondi di pantalone. Nel guardare quella sarabanda di natiche al vento, la Lina stentava a ricordare un'altra occasione nella vita in cui avesse riso così forte. Ma ecco il contrattacco: senza curarsi dei culi all'aria e delle brache alle ginocchia, ecco i maschi alla riscossa, con vocalizzi da foresta e occhi strabuzzati. Corpo a corpo: la velocità e la precisione delle ragazze di Pulìn compensava egregiamente la stazza degli avversari. Il fantasma volava eccitato da una coppia di combattenti all'altra, sollevando un gran vento. Alla fine, piano piano, tutti i contendenti smisero di prendersi a cazzotti, perplessi.
"Carlone," biascicò il maestro delle "Palle del Drago", tamponandosi un sopracciglio con un calzino "vuoi chiudere quella porta, che tira aria?"
Finita la rissa, i giorni della Lina erano tornati di una noia mortale. La palestra maschile era stata chiusa dalle autorità, o così le sembrava di avere capito dai cartelli e dai nastri colorati appesi nel vicolo. Anche le ragazze, dopo avere resistito qualche tempo, sazie della vittoria, alla fine se ne erano andate, forse in cerca di un posto più à la page, e con meno topi. Prima di chiudere la porta, Pulin si era guardata intorno facendosi il segno della croce, quasi un riconoscimento ufficiale per la Lina, la quale, invece, si era offesa e, scoprendo all'improvviso una nuova forza, le aveva scagliato contro, in ordine sparso, una tazza di plastica, una ciabatta infradito spaiata e una coppia di bacchette rubate al ristorante cinese. Di fronte allo spaventoso inequivocabile fenomeno, anche la fiera amazzone era scappata a gambe levate. Non era più abituato, il fantasma, a stare da solo, proprio da solo, giorno e notte, e anche passare e ripassare attraverso i muri delle "Palle del Drago" e del relativo "Alito" non dava più alcuna soddisfazione. Del resto, però, quando si ha a disposizione l'eternità, dopo un po' si smette di fare caso a tutto, o quasi, e ogni cosa riacquista il giusto peso in prospettiva. La Lina avea smesso di preoccuparsi, riposava per la maggior parte del tempo, guardava i ratti rincorrersi nel vicolo dei Mazzuoli, fiutava l'odore del porto. Ma sì, in fondo la pace...
Scalpiccio di piedi, voci confuse, risate. Che succede? Chi sono? Bufali?
La Lina alla finestra, un'ombra grigia con gli occhi sbarrati, fissi sul branco di bambini. Scandaglia i volti eccitati dei piccoli mostri, uno ha un dito nel naso. Due adulti alle loro spalle, con sorrisi finti, indicano... lei? Proprio lei? Ma non possono vederla! La Lina si stringe nello scialle di nebbia, si allontana, si nasconde, attende.
Ecco, il sabba si è concluso, quegli invadenti se ne sono andati.
Il fumo esce da sotto la porta come un filo sottile, si attorciglia, è un serpente, che si gonfia fino a quando la figura eterea,un po' ingobbita, non si materializza tremolante davanti alla porta del fondo, tornato deserto.
La Lina leva lo sguardo alla nuova insegna: "Asilo Bambagia di Bimbi".
L'urlo lamentoso gela i vicoli. Un gabbiano terrorizzato si leva in volo, imbiancando a spruzzo la sella di uno scooter.
