Sfide!

sfide letterarie


Prova un po' a scrivere questo...

Dalla nostra collaborazione sui racconti a quattro mani è nata l'idea di un nuovo modo di metterci alla prova: "Scrivi un po' su..." Ti do un tema e tu ci scrivi sopra un racconto. Ma il tema deve essere bizzarro!

Ecco cosa è uscito fuori.


Devi stilare una lettera scritta al proprio figlio da don Gigino, parroco di campagna.

In nomine patris

Figlio mio,

perdonami se insisto a volermi rivolgere a te con queste parole. So che ti disturbano, ma sgorgano dal cuore e non voglio trattenerle. Ho deciso di scriverti questa lettera dopo molti tentennamenti: credimi quando ti dico che non l'ho fatto con leggerezza, proprio perché in occasione del nostro ultimo incontro al funerale di tuo nonno mi hai fatto intendere con estrema chiarezza che non vuoi avere nulla a che fare con me. Non lo comprendo, non in questo tempo che ci è concesso di vivere, non in questa società, ma lo accetto. È per via dei miei amici, mi dicesti un giorno, e poi hai un nome stupido... e che razza di amici sarebbero mai, se permetti loro di giudicare i tuoi genitori? Lo so che era una risposta buttata lì solo per togliermi di torno, per cui lasciamo perdere, immagino già l'espressione del tuo viso cambiare, lo sguardo farsi cupo. Somigli a tua madre. Sappi che è anche per amor suo che ricevi questo messaggio; avresti dovuto vederla, oggi, uscire dal confessionale, così come è apparsa al suo parroco: con il mascara sciolto dalle lacrime e le mani giunte in preghiera, strette così forte che potevi contare le vene azzzurrine sotto la pelle resa diafana dallo sforzo. So che ha commosso anche la perpetua, me l'ha detto lei stessa, la buona Sara, ieri sera, dopo che tua madre ha attraversato in gran fretta la navata e le si è presentata scarmigliata in sagrestia, chiedendo con insistenza il sacramento della riconciliazione: voleva  sfogare il dolore che le ha procurato la cartolina arrivata dal distretto militare e che le hai tenuto nascosta. Una pugnalata alla schiena, ecco cos'è stata. E così, alla fine, hai voluto partire volontario per il fronte, una striscia di sabbia a migliaia di chilometri da casa. Dio mi è testimone che ho cercato di essere paziente, comprensivo, all'altezza di questa paternità che il tuo disprezzo mi rende così difficile. Sento già su di me il tuo sguardo sprezzante e infastidito, come se ti avessi davanti, ma dimmi se posso ancora tacere davanti a questo salto nel buio: non voglio farti la predica, come dici sempre, ma sappi che ti sei lasciato ingannare da false promesse, accecare dalle belle parole, dalle bugie degli imbonitori in divisa che parlano un'unica lingua, senza dubbi o timore di smentita. Per esperienza personale posso garantirti che quella là fuori non è la verità, né la libertà. Quella firma che ti chiederanno è una condanna, un'assunzione di corresponsabilità nello scempio che l'esercito farà del tuo corpo, così come, è chiaro, è stato fatto della tua mente. Alla tua età anch'io aspiravo a lasciare un segno, a fare parte di qualcosa di importante, ma credimi, il senso di appartenenza a cui aspiri non ti arriverà dal plotone a cui ti assegneranno, dal numero di vite che contribuirai a distruggere, tantomeno dalle distrazioni effimere a cui forse potrai dedicarti nei brevi respiri liberi dal dovere e dal sangue: donne? Alcol? So come funziona, vedi. L'obbedienza cieca è un demone, figlio, non c'è onore in essa, nè riconoscenza. Non voglio aggiungere altro, solo ti invito a riconsiderare la tua decisione, per rispetto di te stesso: so che riderai delle mie parole e che mi maledirai per la mia intromissione, ma la fiducia nel disegno divino e il mio affetto per te mi rendono impossibile tacere. E se non vorrai tornare sui tuoi passi per amor mio, cosa che non mi aspetto e che non pretendo, o di tua madre, ti prego infine di farlo per tuo figlio, per quella creatura innocente che sta crescendo nel grembo di Lisa. Come già fece tuo padre prima di te, non sei stato neppure capace di prenderti il tuo piacere avendo cura che altri non dovessero subirne le conseguenze, e lo riconosco con il dolore di sempre. Fa' che la vita non vi divida e che lui non sia costretto, come te, a crescere senza un genitore. Confido che queste mie parole siano forti abbastanza da toccarti, e leggere quanto basta a superare l'abisso che ci separa.
Anche se lo vorrei, non mi firmerò "papà", ma ti abbraccio e ti benedico.

Il tuo parroco,
Don Gigino