Il Gran Maestro dell’Ordine della Penna d’Oca e dell’Alabarda trova sepolto in giardino il Santo Graal
Il Gran Maestro e il Graal
Fu una bella festa, a suo modo. All’inizio erano tutti un po’ tesi (e non perché fossero in tredici a tavola), ma poi hanno cominciato a riempirsi le pance, e l’abbondanza di cibo e di vino ha distolto la loro attenzione dai pensieri cupi. Il vino, soprattutto! Appena una brocca si vuotava, ce n’era un’altra pronta in arrivo.
Il tipo che avevano messo in mezzo era il più stranito. Gli altri, sempre più su di giri, gli andavano addosso e lo incitavano a prendere la parola, a fare un discorso, ma lui aveva in faccia stampata l’aria di chi si dice: ma cosa ci faccio qui?
La sua coppa (cioè io) era sempre piena: se beveva un sorso, subito mi ricolmavano. A un certo punto lui mi prende tra le mani e si alza. Ben ritto, li guarda tutti in faccia. Per me si era stufato di loro e voleva darci un taglio, ma loro adesso lo guardano stupiti, zitti, come se stesse per avverarsi qualcosa che non avevano davvero sperato.
China il capo. Mi solleva come per portarmi alla bocca, ma non beve. Sussurra a testa bassa: “Basta prendermi in giro!” Ma lo sento solo io. Poi alza gli occhi al cielo (non vuole neanche più vederli, quelli!); mi posa alla sua destra e fa cenno agli altri di servirsi di me.
“Ecco, prendete, bevete tutti!” Afferra una pagnotta dal cesto e la sbatte sul tavolo. “Mangiate! Bevete! In mia memoria!” Si fa largo tra loro e se ne va.Quelli restano per un attimo interdetti. Poi uno perde la pazienza e sbotta: “Ne cerchiamo un altro?”
Voci concitate: “Troppo tardi!” “E se ora ci sputtana?” “Cosa facciamo?”
Si fa avanti quello che chiamano Yudah, deciso. Dice: “Ci penso io!” Ed esce di gran carriera.
Prima il tizio magro veniva spesso a mangiare in quella casa, da quel giorno non l’ho più visto. Non so perché quella donna, che quella stessa notte si mise con pazienza a rigovernare, mi abbia tenuta da parte. Mi ha chiusa in un armadietto lontana dalle altre coppe, e poi ogni tanto veniva a guardarmi. Credo che fosse un po’ innamorata di lui, di quell’uomo colto ma un po’ ingenuo, messo in mezzo a giochi di potere più grandi di lui.
Fatto sta che fui conservata con tutti i riguardi.
Il tempo degli umani è diverso da quello delle cose: la donna morì, mentre io rimanevo pressoché intatta. Passai di mano in mano, sempre però tra persone di una certa cerchia, che vedevano in me qualcosa di speciale. Perché speciale? Intuii che si servivano di me per aumentare il loro potere, per rafforzare il credito che tanta gente dava ai loro racconti. I tizi della cena avevano fatto strada; loro e i loro successori, nominati da loro stessi, divennero una congregazione potente, spesso molto avversata, ma invincibile.
Praticavano strani riti, nei quali peraltro io non fui coinvolta. Addirittura sentii voce, se bene capii allora, che bere sangue dentro di me tiene lontana la morte. Nessuno l’ha mai fatto davvero.
Insomma, quella gente, quella casta che si autoproclamò e s’impose come “autorità morale” (per quanto anche molto materiale, col tempo), mi usò. E lo fece anche quando, e ben presto, io finii abbandonata, perduta di vista, di fatto dimenticata e confusa fra tante mie pari. Preservarono il mio ricordo, funzionale ai loro magheggi.
Ci furono in seguito persone che spesero la loro vita a cercarmi: mi definivano il più grande tesoro che si possa immaginare, pensa un po’! Fiorirono leggende, ci furono lotte, assassinii, atti d’eroismo (che altro poi non sono che omicidi con l’aura della rispettabilità). Nessuno sapeva dov’ero, ma fecero di me disegni, dipinti, descrizioni più o meno accurate, ovviamente fantasiose.
Parlarono di me Apollonio Apologete, l’apologeta, e il fratello Petronio Petrus detto l’Amatissimo; questi fu caro ai suoi contemporanei e fu fatto santo per le molte guarigioni miracolose di persone affette da mali di stomaco, dovuti alla cattiva alimentazione del tempo. Egli mi usò nelle sue predicazioni e nelle sue opere: affermava che bere le sue molto amare pozioni dentro di me guariva non solo il corpo, ma anche lo spirito. Mi definiva “la coppa di San Pietro”, in quanto era restio, per deferenza, a nominare esplicitamente colui che i dodici chiamavano il Maestro. Ma non ero davvero io: si serviva di un falso Graal.
E io? Beh, rimango secoli nelle dispense della casa di una famiglia nobile. Mi usano non sulla tavola dei signori (non valgo abbastanza), ma su quella dei servi di primo grado: la servitù è organizzata in una precisa e articolata gerarchia, non mi danno in mano a sguatteri o tuttofare, ma, dato il mio aspetto più che decente, in quelle ben pulite dei valletti.
Poi, per una serie di eventi, la stirpe finisce in rovina, e io mi ritrovo sul carro di un venditore ambulante. Ma, coppa scompagnata, finisco in un angolo sotto alle mercanzie poco richieste, e lì rimango anni (mica si faceva spesso pulizia, nei carri dei mercanti).
Il mercante viaggia, arriva in questa terra dove sono ora e, in un giorno di pioggia e vento furiosi, il terreno smotta e il carro si ribalta. In sostanza finisco sotto terra. L’uomo è ferito, lo portano in un ricovero di fortuna, e ben poco dei suoi beni riuscirà a salvare.
Passano ancora un bel po’ di anni e, come ora ho potuto vedere, qui in giro costruiscono case; di quelle moderne di adesso, con le loro belle comodità come il riscaldamento autonomo, il garage, il giardinetto.
Ci viene a vivere un tizio, ormai entrato nell’ultimo quarto della sua esistenza terrena. Uno che, devo dire (avendolo sbirciato per qualche tempo), proprio equilibrato non è: lo si vede da come si dedica spesso a cose inutili. È uno che legge molto. E scrive; e nonostante il possesso di un veloce computer, spesso scrive a penna; mi ha fatto venire in mente i tempi di Apollonio e della sua penna d’oca. Così, trovo che si adatti a lui perfettamente il termine che ho sentito da qualche parte (non ricordo dove): Gran Maestro dell’Ordine della Penna d’Oca, e ci sta pure l’Alabarda, per come fa roteare la zappa nei suoi sette metri quadrati di orticello.
Proprio in quest’orto, mentre scava per dissodare il terreno prima della semina, mi tocca, mi vede, mi scopre, mi riporta alla luce. Mi rivolta tra le mani, mi sciacqua con l’irrigatore, e più tardi mi ripulisce del tutto. Immagino che sia per una specie d’intuizione misteriosa che non mi fa vedere a nessuno e neppure parla di me.
Più tardi mi esamina con attenzione. Sul mio rovescio, all’interno dello stelo, legge la scritta “GRAAL”. Giuro! C’è stato uno, una volta, che vi ha inciso questo! Questo Gran Maestro (ancora non lo chiamavo così) si mette a ridere.
Comunque mi tiene nascosta, e si mette a studiare. Usando le moderne tecnologie, sviscera ogni leggenda su di me (o meglio: su ciò che ci si è inventati che io sia). E rimugina: e se fosse vero? Se io davvero risalissi a due millenni fa, eccetera, cosa si potrebbe fare di me? Cosa rappresenterei per l’umanità, quale influenza potrebbe acquisire chi mi possiede e mi esibisce, quali vantaggi, e forse responsabilità, ne deriverebbero? Passano i giorni: è più volte sul punto di chiedere appuntamento a qualche esperto, antiquari, docenti universitari… Ma non fa mai niente.
Bene: il Gran Maestro per certi versi è davvero un saggio, anche se i suoi discepoli si contano sulle dita della mano di un tizio che non ha fatto in tempo a lanciare un petardo prima che esplodesse. Per cui, sapete che fa? Torna di notte nel giardino dove mi ha trovato, si appressa alla buca in cui ero e scava. Va giù, scava in profondità, toglie terra e sassi più che può. Poi mi butta dentro e mi ricopre. E per maggior sicurezza pianta una fila di ortensie in quel punto.
Non mi dispiace: secondo me ha fatto bene. Quanto poi rimarrò qui sotto, nessuno lo sa.
