Scrivi una breve storia d’amore in cui ogni parola di inizio periodo (cioè la prima parola dopo ogni punto) sia costituita da sei oppure otto lettere.
Il canto della sirena
Uscire di casa a testa china, con il sacco della spazzatura che sbatacchia contro la coscia. Bidone verde, quello dell'indifferenziata, il più vicino, strapieno: con un sospiro Marzio decide di fare quei due passi in più, anche se sul momento non ne ha molta voglia, e di arrivare fino in fondo al viottolo, dove ci sono i contenitori più grossi. Rumore di motore in avvicinamento e lo stomaco si contrae per l'agitazione, al punto che un rivoletto di liquame fetido gli cola da un buco nella plastica sul piede nudo in infradito. Vicino, il mare è lì, a portata di mano, può buttare tutto e poi scendere giù in spiaggia, fare una passeggiata sul bagnasciuga, sciacquarsi e lasciare che il mormorio dell'acqua porti via i pensieri tristi.
Stridore di freni: il cinquantino con due giovani a bordo si materializza prima che lui possa muoversi, inchioda a un metro e lo fa sobbalzare, quelli ridono. "Guarda un po' chi abbiamo qua, il poeta!"
Oronzo fratello stronzo, così era solita chiamarlo Livia, prima di scaricare lui, Marzio. Niente da dire, lei non era certo da meno, viste le corna che gli aveva messo giusto con l'altro bruto sul sellino. "Marzio," Claudio, il fedifrago, rincara la dose agitandosi alle spalle di Oronzo. "Brutta cosa la vita del cornuto, eh?" Ghignata. "Sprecata, ecco cos'era Livia con te!"
Ridare gas, sterzare, infilarsi in una pozzanghera sopravvissuta all'acquazzone del giorno prima: uno scherzo per quei due, e Marzio resta lì impalato, con le gambe nude annaffiate di acqua sporca, a sostenere il peso degli sberleffi che si affievoliscono nel crepuscolo a mano a mano che lo scooter si allontana.
Idioti: il giovane scrolla le spalle, non vale neanche la pena prendersela, e poi sono anche pericolosi, temuti nel quartiere, dove circolano brutte voci sul conto di Oronzo e Claudio, la coppia di ferro in bilico tra ragazzate e illegalità. Bidone verde: su il coperchio, via la spazzatura. Marzio si asciuga le mani sui calzoncini, poi prosegue verso la spiaggia, pensando che forse sì, potrebbe fumarsi una canna e pensare a Livia: gli viene un groppo in gola. Glielo aveva detto, lei, di non prendere la loro storia troppo sul serio, che sarebbe finita, presto o tardi, ma lui aveva preferito illudersi e continuare a scriverle poesie d'amore. Ciabatta lungo la riva, mentre il rumore e il profumo del mare gli calmano i nervi; rolla, accende, si toglie le infradito: un senso di beatitudine lo invade e scaccia la tristezza che da troppo tempo gli è compagna. Scorge un sasso, di quelli grossi e tondi che le onde di burrasca lisciano, tempesta dopo tempesta, e si siede per godersi lo spinello. Decide poi di fare un tuffo: l'aria è calda, così si spoglia ed entra in acqua, piano. Marzio sussulta e sulle prime pensa a un'allucinazione. "Smettere di farmi le canne deve diventare una missione nella vita." Pensare a voce a alta: anche questo non è un bel segno. Qualcosa ha increspato il mare nero, ne è sicuro, e non una, bensì due volte: lui ha un brivido di paura, non è la brezza, e ora gli si accappona la pelle, immagina uno scherzo di Oronzo e Claudio, o forse, chissà, un animale in caccia. Squalo a Terracina, vede già i titoli: gira su sé stesso per riguadagnare la riva. Incapace di essere veloce quanto vorrebbe a uscire dall'acqua, arranca finché qualcosa gli sfiora le chiappe e lui fa un salto, trovandosi infine lungo disteso sulla battigia.
Concerto di note richiamate dalla voce vellutata, incantatrice: affiora a pelo d'acqua, sbatte le palpebre, scrolla i capelli gettando la testa all'indietro. Accorcia la distanza con un colpo di coda e osserva l'effetto del suo canto sull'umano: da qualche sera ha cominciato a fare caso al suo passeggiare sconsolato, alla tristezza che promana da tutto il suo essere mentre guarda verso il mare e parla, da solo, senza che nessuno sia lì ad ascoltare. Vorrebbe comprendere, conoscere. Parole antiche, note delicate, la melodia più dolce: ancora non osa mostrarsi, rivelare la propria natura al crocevia tra il sogno e la realtà. Capirà? Supino sulla riva, il giovane uomo sembra in deliquio, la testa rotola di qua e di là, poi si solleva su un gomito, stringe gli occhi quasi fosse accecato da fumo o luce intensa, e rimane a bocca aperta: il canto, finalmente. Spalanca la bocca e libera un'unica nota cristallina.
Silvia fa la bolla con il chewing gum e lo guarda con occhi da pesce: "Ma canto di che?"
Complice di notti selvagge seduti attorno al fuoco in compagnia, amica da una vita e scema da altrettanto.
Marzio incrocia le dita, le bacia e le poggia sul cuore: "Giuro che è vero."
Spalla a spalla sulla sabbia bagnata, lui la guarda mentre la cicca esplode con un plop di fragola. "Medusa, direi, è stata senz'altro una di quelle schifezze lì a toccarti il culo, e tu non hai capito più niente: ti fai troppe canne, e poi la storia che ti sei tirato con Livia t'ha lasciato di merda. Semplice, no?"
"Niente affatto, e poi, fosse stata una medusa come dici tu, avrei le chiappe piene di bolle."
Silvia alza gli occhi al cielo, con espressione da martire, e sta zitta.
Marzio prende a fischiettare sommessamente, seguendo la melodia con il dito.
"Strana 'sta musica, è il canto che hai sentito?" Silvia si riscuote, lo spinge con il corpo, ridendo.
"Magica, non strana: parla d'amore."
"Figata." Silvia salta su, si stiracchia. "Potresti portarmi con te una di queste sere, andiamo a caccia di sirene!"
"Sirene?" Marzio sorride.
"Ulisse, hai presente la storia? Pericolo puro, ho già i brividi."
Risate, una birra in due, un po' di compagnia. "Cecina, terra di miracoli e apparizioni," Marzio declama, un po' brillo "e di sirene con pinne, squame e tette, e canterà per noi il suo lamento di cuore spezzato."
"Fumare ti fa male, te l'ho detto mille volte." Silvia sentenzia, scuotendo la testa.
Spiare dal pelo dell'acqua è una cosa che sa fare bene, una necessità affinata nel tempo: la curiosità può diventare pericolosa, soprattutto quando comincia a trasformarsi in un pensiero fisso. Marzio: adesso sa come si chiama quel giovane che tutte le notti osserva passeggiare con i piedi immersi nella spuma del mare. Decide che, sotto la luna che sta per sorgere, canterà note nuove e lo chiamerà con il suo nome.
Marzio non riesce a togliersi dalla testa la stranezza dell'incontro: è stato un sogno, una sensazione che non riesce a decifrare, eppure ricondurre là il pensiero gli procura continue scariche di adrenalina. Silvia gli ha portato libri da leggere e lo ha reso felice: storie magiche di miti e altri tempi. Esistono o no, queste sirene? Ridere di certa saggezza è da sciocchi, hanno concluso, così si sono dati appuntamento al mare, per vedere che cosa succede, per scommettere sulla possibilità di un miracolo nelle loro vite. Marzio guarda in su, il crepuscolo è ormai notte, il tempo mite e in giro non c'è nessuno: si accomoda sulla sabbia dopo aver fatto per due volte avanti e indietro lungo la battigia, fino al pontile del porticciolo. Silvia compare insieme alle prime stelle, ma il mare tace, mentre i due, senza spendere troppe parole, si sistemano fianco a fianco, appoggiati sui gomiti, le gambe allungate in avanti. Rumore lieve, quasi sfugge, scivola via, poi un luccichio che è più miraggio che realtà. Marzio si rizza a sedere e guarda il mare, Silvia strabuzza gli occhi, poi si alza e saltella verso l'acqua: "Ancora! Canta ancora per me, per noi, creatura del mare!"
Marzio la raggiunge, la prende per un braccio, la zittisce: "Cavolo, così la spaventi!"
Silvia gorgoglia con una mano sulla bocca, con gli occhi sporgenti che nuotano nel viso: "Squame ne hai viste?"
"Vaffancu..." Marzio si volta di scatto: non è una melodia ultraterrena, quella che ode, ma lo smarmittare di motorini.
"Oronzo e Claudio! Dobbiamo andare via." Silvia esce dal mare, pallida come la luce della luna.
Eccoli, i bulli, e non sono soli, hanno altri tre ragazzi al seguito, più grandi e ancora più minacciosi.
"Marzio, il poeta sfigato," Oronzo lo squadra con aria cattiva "e Silvia, che cessa com'è non se la sbatte nessuno: che ci fate qua?"
"Niente, e non sono cazzi tuoi!" Risponde Marzio, gonfiando il petto e serrando i pugni: può forse raccontare a quei bruti che lui e l'amica stanno aspettando la sirena, che muoiono dalla curiosità di vederla da vicino e di ascoltare la sua melodia, di vivere l'esperienza di quella voce sulla propria pelle come Ulisse?
"Ulisse..." Balbetta Marzio.
"Ripeti, che hai detto?" Oronzo mostra il pugno chiuso, non ha capito un cazzo, ma cerca la rissa, così, per gioco.
"Lascialo stare, andatevene!" Silvia piagnucola in falsetto.
Schiaffo: Marzio, sorpreso, cade all'indietro.
"Checca, e pensare che ti sei fatto mia sorella..." Oronzo alza il braccio e il branco si raduna. Silvia grida.
Uomini, più voci, ma non delicate come quella di Marzio, o anche della ragazza che ha portato con sé: si immerge e pinneggia di potenza per avvicinarsi. Emerge e osserva: molti contro uno, odore di violenza e di cattiveria. Follia anche solo pensare a un canto d'amore. Conficca le dita nella sabbia, solleva il petto e la testa con forza fuori dall'acqua, gettando la testa all'indietro: una pioggia di gocce salate su Marzio, Silvia, Oronzo e i suoi compagni, che si congelano nei gesti, con il capo rivolto verso la linea bianca della spuma che li divide dal mare. Spalanca la bocca e le note poc'anzi dolci si attorcigliano come serpenti, abbassandosi di tono per poi lanciarsi verso il cielo in un inno di battaglia che si abbatte sulla spiaggia come un maglio.
"Marzio! Marzio!" Silvia lo scuote frenetica fino a quando lui non riapre gli occhi, scrolla la testa e si alza lentamente, con l'aiuto di lei. Guarda intorno: i teppisti sono sparpagliati sulla sabbia, sembrano dormire.
Silvia ha gli occhi lucidi di emozione, mentre lo costringe a voltarsi stringendolo per le spalle.
Emerso a pochi metri dal bagnasciuga, il busto della creatura ondeggia e raccoglie la luce della luna che scivola sulle spalle robuste, sui bicipiti lustri, sul petto muscoloso.
"Marzio, oddio, la sirena ha la barba!"
Seduti sulla sabbia, nel silenzio della notte, i due giovani lo osservano rapiti, con occhi nuovi: è di nuovo l'ora del canto d'amore.
