Sfide!

sfide letterarie


Prova un po' a scrivere questo...

Dalla nostra collaborazione sui racconti a quattro mani è nata l'idea di un nuovo modo di metterci alla prova: "Scrivi un po' su..." Ti do un tema e tu ci scrivi sopra un racconto. Ma il tema deve essere bizzarro!

Ecco cosa è uscito fuori.


C’è un uomo con una pistola in una stanza chiusa. Sul pavimento è disteso un cane che non dà apparenti segni di vita...

NOTA DELLA REDAZIONE: Questo testo, che comunque pubblichiamo, contiene riferimenti in parte "esoterici", ovvero comprensibili solo a chi conosca certe dinamiche interne e certi precedenti scambi tra i componenti, appunto, della redazione. Ovvero: noi due.

Un uomo, un cane, una pistola

Era una bella mattina di sole: erba verde, cielo azzurro, venticello. Non troppo caldo, considerato che quell'estate aveva una sgradevole tendenza verso le temperature feroci. Di buon umore, il Gran Maestro dell'Ordine della Penna d'Oca e dell'Alabarda decise di dedicarsi a una tonificante pratica di Tai Chi all'aperto, nel suo boschetto preferito, prima che il volgo e i turisti potessero sopraggiungere a rovinargli la concentrazione con il loro berciare. Da tempo guidava con benevolente determinazione quell'antica confraternita, poco conosciuta e dai rituali severi. Come suggerito dal nome stesso, la principale missione dell'Ordine era la cura delle belle lettere, senza però dimenticare anche l'attenzione verso la disciplina, da cui l'altro emblema, l'Alabarda, con cui i discepoli, sotto lo sguardo attento dei più esperti venerabili, alternavano lo studio alla correzione delle cattive abitudini. A farne le spese erano spesso incauti automobilisti sorpresi a guidare con il braccio sinistro a penzoloni fuori dal finestrino, senza costrutto, o scooteristi colti a girovagare con un piedino, o tutta la gamba, o tutte e due le gambe sporgenti dalla pedana, per motivi altrettanto misteriosi e inutili. Il Gran Maestro in particolare si era distinto nella sua carriera per squisite amputazioni in linea con il più puro stile marziale dell'Ordine, le quali, dopo una comprensibile confusione iniziale nelle vittime, avevano ripristinato pace, armonia e compostezza nel suo spazio vitale. Gli era poi capitata tra capo e collo un'allieva particolarmente faticosa: colma di  buone intenzioni, in verità non era troppo sveglia o dotata e richiedeva molto impegno perchè la sua scrittura – se così vogliamo definirla - non scivolasse nei luoghi comuni, nelle frasi prive di senso o di verosimiglianza oppure, orrore ancora più insopportabile, nella visualizzazione di gesti  ridicoli da film peplum di infima levatura. Una delle scene da lei preferita era la spinta esercitata con il piede, ovviamente calzato di sandalo o coturnio, da un generico bruto sul sottoposto di turno, di solito legato, inerme e sofferente. Lo stesso strazio, in verità, toccava al Gran Maestro ogni volta che la discepola gli propinava tali porcherie da leggere; così, per tentare la quasi impossibile catarsi, cercava di appiopparle tracce da sviluppare ai limiti del koan di tradizione monacale. Per via del suo fastidioso vizio, inoltre, le aveva dato appunto il nome di Sandalo, che gli era spesso apparso in sogno, come un peperone che si ripresentasse. Quel che il venerabile quel giorno non sapeva, però, era che le stelle si sarebbero opposte alla consueta brillante esecuzione della forma di Tai Chi: proprio nel bel mezzo di una tecnica, infatti, nonostante la leggiadria e la precisione del Gran Maestro, un maledetto sasso decise di ergersi e di andare a cozzare contro il divino alluce del praticante. Lo sprazzo di luce che gli divampò nel cranio diede la stura a una sequela di eleganti accostamenti tra il divino e il piano materiale più grossolano ma, nello stesso tempo, accese anche una fatale scintilla creativa. Da qualche giorno, infatti, il Gran Maestro rimuginava sul nuovo compito da assegnare a Sandalo per promuoverne l'illuminazione. Mentre con una mano si massaggiava il ditone offeso, con la mano libera il saggio tamburellò con imperturbabile gravità sul telefono cellulare, a cui alcune cure quotidiane legate al mondo secolare, fastidiose ma necessarie, ancora lo costringevano. Con un sorrisetto il venerabile si compiacque di come la nuova prova avesse preso forma, sublimando il suo impulso a imprecare in una sfida diabolica.

Un uomo, una pistola e un cane esanime in una stanza: Sandalo lesse più volte il titolo della dissertazione che avrebbe dovuto elaborare. Per darsi forza bevve svariate tazze di tè, ottenendo solo il rafforzamento della diuresi; siccome energia e idee tardavano a farsi vive, concluse le operazioni con un cicchetto di nocino fatto in casa, anche un po' di più del solito bicchierino da ristorante cinese. Si è detto come la discepola non fosse troppo brillante: infatti, ben lontana dal farsi germinare in testa qualche spunto non dico geniale, ma almeno decente, dopo essere caduta in preda al panico, vi si crogiolò a lungo per stemperarsi infine un sopore consolatorio. Accasciata sul divano, sotto l'occhio vigile dei felini di casa, prima che spuntasse la fatidica bolla al naso ella si chiese più volte quale peccato avesse commesso per offendere a tal punto il Gran Maestro e, in seconda battuta, quale sostanza ottenebrante potesse quest'ultimo avere assunto per partorire un compito del genere. Fu a quel punto che l'intontimento alcolico si tradusse in una specie di sogno rivelatore, in una visione mistica quale nemmeno un nativo americano digiuno da una settimana avrebbe potuto avere, anche perché del tutto sconclusionata.

Dunque, un uomo, un cane, un'arma. Da dove cominciare? Dalla stanza? E quale sarà mai? Un cesso, una  camera da letto, la cucina, il salotto buono della zia? Mah. Chi andrebbe in bagno armato, a meno di non essere in guerra? Si rischia che parta un colpo per sbaglio e se non ti porta via subito tutte le parti sporgenti, come minimo ti polverizza la tazza. Inoltre, in guerra è più facile farsela sotto direttamente, non avere tempo per farla, oppure ricorrere al più classico dei muri o dei cespugli. No, niente cesso, assurdo. La camera da letto potrebbe andare se ipotizzassimo che l'uomo sia un marito cornuto che vuole farsi giustizia, o l'amante, che pensa a difendersi. Ma c'è il cane di mezzo: in entrambi i casi sarebbe parte attiva, qui invece dorme. Diciamo che dorme, o che è svenuto per qualche ragione, perché l'ipotesi più grave non è nemmeno da prendere in considerazione. Di morte, in giro, se ne parla fin troppo. La cucina? No, non va bene neanche questa: ci entri armato se sei un ladro, oppure sei sul set di qualche serie tv da psicopatici, dove il mostro omicida deve svuotare il frigo prima del misfatto e quindi posa il cannone vicino al tagliere per affettarsi del sant'Olcese... Ridicolo. Resta il salotto buono della zia, ma anche qui manca un pezzo: la zia. Se volessimo buttarla sul fantascientifico, l'uomo potrebbe essere stato teletrasportato nella stanza; se, invece, volessimo fare un dispetto al Gran Maestro e proporre una traccia fantasy, si direbbe che il tutto è opera della bacchetta magica di qualche fattucchiera novantenne con un bubbone sul mento. Davvero, che ne sappiamo di questo locale? Nulla. Potrebbe essere solo un luogo della mente, e forse non è nemmeno chiuso, dato che non lo si dice da nessuna parte: e se l'uomo si trovasse lì semplicemente perché passava per caso e, incapace di badare ai fatti propri, fosse entrato a curiosare? Mannaggia, Gran Maestro, questa prova è da emicrania.

Sandalo si rivoltò sul divano a guisa di salsiccione sulla graticola, i gatti di conserva, come un tutt'uno, incollati tipo magneti alla parte del corpo sulla quale avevano preso posizione. Il nocino continuò il suo effetto.

Passiamo all'arma: una pistola. E che pistola? Da tiro? Da difesa? Giocattolo? Eh, quest'ultima è un'ipotesi carina, anche se mette in crisi tutti i possibili scenari tinti di giallo e di nero. La pistola da tiro è fuori  contesto, perché si trova in una stanza e anche al tiro a segno si spara all'aperto. Da difesa? Può darsi, quindi si torna al cornuto, all'amante, oppure a un'aggressione a scopo di rapina, tanto per dire. Ma non ci sono indizi e, d'altro canto, nessuno ci dice che l'uomo impugni questa pistola. E se, invece, lui fosse lì in piedi come un fesso a guardarla, senza osare raccoglierla?Magari non ne ha mai vista una da vicino, ne è terrorizzato, oppure, al contrario, ne subisce il fascino perverso. E poi... è carica? Ha sparato? Se sì, dove? Per mano di chi? Di quell'uomo lì? E allora perché resta impalato? Forse non è bloccato, magari si sta chinando per esaminare l'oggetto, o per raccoglierlo; e scopre che è un'arma giocattolo, una di quelle di plastica gialla con cui il figlio del vicino d'ombrellone vi scassa l'anima in spiaggia. Dirò di più: è del cane. Non è plastica, ma gomma e riproduce perfettamente una pistola vera, ad eccezione della bava, autentica, che è rimasta attaccata dopo che il cane, felice come una pasqua, l'ha lasciata cadere per andare a farsi un pisolino: in fondo giocare stanca.

Sandalo non si accorse di russare.

Veniamo all'enigma del cane: potrebbe essere un guardiano. La cosa fa un po' a pugni con il fatto che abbia giocato con la pistola finta... o forse no? Del resto un cane da guardia con che cosa mai dovrebbe trastullarsi, se non, virilmente, con un oggetto del mestiere? Magari ci si è pure addormentato sopra e solo il calcio spunta dalle terga: voi la sfilereste una pistola da sotto il culo di un cane? E non c'entra nulla il fatto che, putacaso, non sia un dobermann ma un cihuahua: un morso è un morso, e i cagnolini sono spesso più fetenti di quelli grossi. Nell'emergenza bisogna essere lucidi e non trovarsi a saltellare ululanti per una stanza con un cane attaccato alla mano e un'arma, forse carica, che ballonzola a destra e a sinistra mentre cercate di liberarvi!
Ma l'uomo nella stanza ha fatto tutti questi ragionamenti? Ha forse paura dei cani? Potrebbe essere cieco, sente solo il russare dell'animale (abbiamo deciso che dorme e che ha il sonno leggero) ed è lì lì per mettere il piede sulla pistola e finire per terra dopo avere eseguito un doppio salto mortale. Torniamo al cane: conosce il visitatore, oppure non l'ha mai visto e quello cammina sulle uova per non svegliarlo e farsi addentare le chiappe?

Sandalo! La voce del Gran Maestro, il tono perentorio.
L'allieva si svegliò di soprassalto, i gatti schizzarono ovunque, riempiendola di graffi. Non c'era nessuno, eppure il venerabile sembrava così vicino, addirittura seduto lì sul divano, come i felini. Saranno le siddhi, i superpoteri dei Risvegliati? Si chiese la discepola, ben conscia delle supreme realizzazioni del saggio. All'improvviso un'intuizione la folgorò: era forse giunta la data di scadenza entro la quale avrebbe dovuto consegnare il frutto di un'attenta e produttiva riflessione? Quella voce interiore era un richiamo all'ordine? Corse al calendario e il responso la fece sprofondare nella paranoia. Come un'ossessa, si buttò sul tablet che da sempre accompagnava i suoi timidi passi sulla via dell'Ordine della Penna d'Oca e dell'Alabarda. Picchiettò fino a sera, poi crollò esausta.

Il Gran Maestro attendeva composto e sereno; gli incontri con gli allievi si svolgevano in un piccolo tempio dalle pareti rosa e verde seminascoste da libri di tutti i generi. Il custode e le due vestali andavano avanti e indietro con silenziosa discrezione, portando i pasti frugali a chi occupava gli scranni.Una piacevole melodia orientale costituiva il sottofondo ideale per intavolare dotte conversazioni. L'alabarda era appoggiata al muro alle spalle del venerabile, pronta all'uso. Dopo una breve meditazione, sorseggiando un tè alla violetta, si predispose all'ascolto di Sandalo, giunta nel frattempo, trafelata e scomposta. Normalmente superiore a certe facezie mondane, stavolta il Gran Maestro percepiva un vago spiro di curiosità: il compito appioppato alla discepola a causa dell'infortunio all'alluce era stato fonte di diabolico autocompiacimento e ci teneva a scoprire che cosa l'altra avesse escogitato per non incorrere nelle sue ire tempestose.
"Venerabile Maestro!" Sandalo gettò una secchiata di ceci sul pavimento in finto legno e si prostrò.
"Alzati pure, hai il permesso del Maestro." Rispose lui, magnanimo, ordinando all'ancella una fetta di torta con un semplice cenno del mignolo destro.
Sandalo si levò, raccolse i ceci ormai inutili e prese posto sullo sgabello più basso, di fronte al Gran Maestro.
"Dunque," cominciò lui "sei riuscita a portare a termine il compito che ti ho affidato?".
"Sì e no." Replico l'allieva, a capo chino e occhi bassi. Si perse così il pericoloso sollevarsi del sopracciglio sinistro del venerabile.
"Spiegati meglio, Sandalo."
"Ecco", balbettò lei "ho profuso ogni sforzo, ma era davvero difficile mettere insieme un uomo, un cane e una pistola in una stanza."
Il Gran Maestro sbuffò: "Al contrario, ti è stata data una scena aperta, avresti potuto fare quello che volevi."
"Ho tentato, ho tentato, ma la mia mente era in preda alla confusione: di che razza era il cane, era di indole mordace? Dormiva, era svenuto? Era un cane vero o di pezza? E la pistola, poi? Un ferro autentico, oppure spruzzava acqua, o altro? L'uomo... non ne parliamo neppure. La stanza mi ha fatto impazzire: aperta o chiusa? Si trattava di una cucina o di un cesso?"
Al sentire tale vocabolo poco elegante il Gran Maestro ebbe un fremito e guardò di sfuggita l'alabarda. Sandalo se ne accorse e si affrettò a rettificare, mentre una goccia di sudore le colava dalla tempia. " La ritirata, volevo dire, cioè il bagno, i servizi, insomma..."
"Basta così." Il saggio alzò la mano. "Veniamo al dunque. In che cosa si risolverebbe quindi il tuo elaborato?"
Era il momento di tentare il tutto per tutto. "Vostra Grazia, ho osato presumere che la prova fosse un koan, semplice e difficile al tempo stesso, con mille soluzioni e nessuna." Si inginocchiò e offrì al volto severo assiso in trono una pergamena contenente il frutto delle sue indigestioni sul divano. "La potenzialità."
A un cenno del Gran Maestro l'ancella giovane del tempio prese il rotolo dalle mani dell'allieva, lo aprì e lo dispiegò davanti agli occhi del sommo. Occhi che si sgranarano: "A parte il titolo, non c'è nulla."
"Appunto, Santità." Consapevole dell'azzardo, Sandalo si affrettò a sollevare le braccia e a porgere le mani aperte per ricevere la punizione che senz'altro le sarebbe stata comminata. Si trattava di pregare che non fosse troppo severa.
Il Gran Maestro si alzò, prese l'alabarda, la soppesò, ne accarezzò il filo. Che fare? Liberare il mondo dall'ennesima schiappa, oppure... In fondo aveva appena bevuto il tè alla violetta e pensava di dedicarsi anche alla bella fetta di torta al cioccolato in attesa. Sì, tutto sommato era di buonumore.
Sandalo ricevette sui palmi un bello schiaffone di piatto: la lama dell'arma prediletta del venerabile schioccò con un suono allegro.
"Ahia!" Strillò lei, poi si sfrego le mani in grembo, mentre queste assumevano un colore porporino. "Grazie, Maestro, grazie." Si prosternò tra gli scaffali, con un sospiro di sollievo per essersela cavata a buon mercato, nonostante l'ennesima figuraccia.
"Rimuoviti dal mio cospetto." Decretò il saggio, mentre afferrava la forchetta con il manico in pelle umana. "Ritorna tra un mese; oltre che dell'uomo, della pistola e del cane nella stanza, dovrai parlare anche di una raccomandata AR del Circo Togni che si trova tra le mandibole dell'animale." Con un cenno congedò la discepola. Aspettò che rinculasse fuori del tempio, infine fece una risatina  e attaccò il dolce che gli era stato servito tra fumi di incenso. L'alabarda splendeva, in attesa di prossime beatifiche amputazioni lungo la strada che la avrebbe condotta, insieme al suo padrone, dal tempio a casa. L'indomani all'alba, Tai Chi.